Stato e criminalità: quando la democrazia arretra sul confine della trasparenza.
- Daniela Loffredo

- 7 ago
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La Camera dei Deputati, con una votazione a maggioranza, ha negato alla Procura l'autorizzazione all'acquisizione delle chat tra Andrea Delmastro Delle Vedove e Mauro Caroccia che, si ricorda, sta scontando in carcere una condanna definitiva per reati di mafia.

La maggioranza, invece di permettere alla giustizia di fare chiarezza sull’ambiguo rapporto tra i due, decide di votare a sfavore, in nome della riservatezza della corrispondenza. La privacy, che il governo sta cercando di togliere a tutti noi “comuni mortali”, entra in scena per nascondere le proprie magagne. L’articolo 68 della Costituzione prevede l’immunità parlamentare affinché i deputati e i senatori possano svolgere il proprio lavoro liberamente e senza interferenze, prevedendo proprio lo strumento della autorizzazione della Camera di appartenenza, tra l’altro, per intercettazioni e sequestro di corrispondenza. E qui, abbiamo il grande ritorno del nemico: la magistratura.
Un elemento su cui invito a riflettere riguarda i ripetuti tentativi del governo di distogliere l’attenzione pubblica dal caso in esame. L’abuso di questa strategia comunicativa è davvero imbarazzante, è un continuo spostare il focus da qualsiasi problema per entrare in uno scontro ideologico molto più ampio. Il governo che voleva sconfiggere la mafia ha trasformato una vicenda di trasparenza individuale nell'ennesima battaglia tra politica e magistratura, accusando i giudici di invasione di campo per compattare la propria maggioranza. Dall'altro, ha cavalcato temi forti come la difesa del 41-bis e l'emergenza sicurezza, costringendo l'opinione pubblica a parlare del "pericolo anarchico" anziché del merito delle chat e dei contatti del parlamentare. Creare questo rumore di fondo serve a saturare i media e a stancare i cittadini, facendo sì che la vicenda perda forza col passare dei giorni. Tuttavia, coprire un problema politico con la propaganda non elimina i dubbi sui comportamenti individuali: si limita a nasconderli, aumentando la sensazione che la classe dirigente utilizzi due pesi e due misure a seconda di chi si trova sotto la lente d'ingrandimento.
La vicenda riporta alla luce una riflessione storica, amara e tristissima sulle relazioni tra potere statale e criminalità organizzata in Italia. La storia repubblicana dimostra infatti che il punto di contatto tra Stato e mafia raramente si presenta come un patto esplicito, manifestandosi piuttosto nella cosiddetta “zona grigia”: una fitta rete di frequentazioni, piaceri reciproci, compenetrazioni finanziarie e sottovalutazioni del contesto sociale e criminale. Eppure, normalmente, quando si parla di lotta alla mafia non c’è bandiera, non vi sono colori, partiti e polemiche. A parole siamo tutti uniti in questa guerra alla criminalità organizzata. O almeno, ci piace pensare così. Quando la Camera nega alla Procura l'accesso a elementi utili per accertare eventuali contiguità con la criminalità, la sensazione è però che la legge non si applichi a tutti con la stessa forza. La decisione sul caso Delmastro dimostra come, sebbene il rispetto delle garanzie parlamentari sia fondamentale in uno Stato di diritto, l'assenza di trasparenza in contesti legati alle organizzazioni criminali rischi sempre di compromettere la credibilità delle istituzioni proprio sul confine più sensibile del Paese.






