Il caso Delmastro: quando i ministri fanno affari con la mafia.
- Davide Inneguale

- 21 mar
- Tempo di lettura: 3 min
Di fronte ad un’Italia chiamata alle urne per il referendum sulla giustizia, il “caso Bistecchiera” solleva interrogativi inquietanti sulla permeabilità delle istituzioni. Tra partecipazioni societarie ambigue, una difesa goffa e blindaggi politici, la posizione del Sottosegretario Andrea Delmastro mette a nudo le fragilità dell’Esecutivo.
Mentre il dibattito pubblico dovrebbe essere concentrato sui tecnicismi del referendum, a un giorno dal voto, l’attenzione nazionale è stata sequestrata da un’inchiesta giornalistica che scuote le fondamenta del Ministero della Giustizia. Al centro della bufera c'è Andrea Delmastro Delle Vedove, Sottosegretario con delega al Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria (DAP), e una società a responsabilità limitata: “Le 5 Forchette Srl”, meglio nota come la “Bisteccheria d’Italia”.
La vicenda, portata alla luce da Il Fatto Quotidiano, non riguarda solo una sfortunata operazione imprenditoriale, ma un intreccio di relazioni che lambiscono la criminalità organizzata. Delmastro risultava socio di una Srl e la figlia diciottenne di Mauro Caroccia. Il problema non risiede nella srl in sé, ma nel profilo di Caroccia: un soggetto con condanne definitive per legami con il clan Senese, l'organizzazione camorristica che da decenni domina gli equilibri criminali della Capitale.
Il modello societario vedeva la partecipazione di diversi esponenti di Fratelli d’Italia, delineando una sorta di “militanza economica” territoriale. Tuttavia, la presenza di un uomo vicinissimo al clan Senese come partner operativo trasforma un investimento privato in un caso di sicurezza nazionale.
Le problematiche sollevate sono di una gravità senza precedenti. Delmastro ricopre un ruolo apicale nella gestione delle carceri italiane. È l'uomo che sovrintende al regime del 41-bis e all'ergastolo ostativo, strumenti concepiti proprio per recidere i legami tra i boss detenuti e il territorio.
Esiste un conflitto d'interessi oggettivo, quasi ontologico: come può il vertice del DAP, che deve garantire l'impermeabilità del sistema carcerario contro i clan, essere contemporaneamente in affari con soggetti condannati per contiguità con quegli stessi clan? Il rischio di infiltrazioni, anche solo sotto forma di pressione indiretta o circolazione di informazioni riservate, mina la credibilità dell'intero apparato antimafia. La "zona grigia" romana, dove il business lecito si fonde con il capitale criminale, sembra aver trovato un varco proprio nel cuore della Giustizia, tra i vertici dello stesso Ministero.
La linea difensiva adottata da Delmastro si è basata sul concetto di "mancanza di consapevolezza". Il Sottosegretario ha dichiarato a più riprese di aver ignorato l'identità e il curriculum criminale del padre della sua socia (la figlia di Mauro Caroccia), presentandosi come una vittima delle circostanze che, una volta appresa la verità, avrebbe agito con "rigore etico" uscendo dalla società.
Tuttavia, questa narrazione è crollata di fronte all'evidenza documentale. Alcune fotografie scattate fino a soli 2 mesi fa, pubblicate dai media ritraggono Delmastro in compagnia di Mauro Caroccia in contesti che suggeriscono una frequentazione diretta e consapevole. Lo scatto fotografico trasforma l'alibi del "non sapevo" in una presunta menzogna istituzionale. La postura di un uomo di Stato, richiede una vigilanza costante sulle proprie frequentazioni, l'ignoranza, in certi ruoli, non è una scusa ma un'aggravante della propria condotta.
Nonostante la gravità dei fatti e le mozioni di sfiducia presentate dalle opposizioni, la Presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha scelto, come al solito, la linea del "blindaggio totale". Meloni ha ribadito che "Delmastro resta al suo posto", derubricando l'inchiesta a una strumentalizzazione politica delle sinistre. All'interno di Fratelli d'Italia, la difesa del Sottosegretario è diventata un test di fedeltà alla leadership, ignorando gli appelli al decoro istituzionale che pure la destra ha storicamente sbandierato come valore fondante.
La vicenda non è solo una cronaca di cene e quote societarie, ma il simbolo di una stagione in cui il confine tra legalità e opportunismo appare pericolosamente sfumato. Se il rigore viene applicato solo ai "nemici" e mai ai "compagni di partito", lo Stato di diritto rischia di trasformarsi in uno stato ancor più permeabile a dinamiche criminali, all’interno di un contesto assuefatto dalla leggerezza con certi ministri ricoprono il loro ruolo.




