Referendum, fra Giustizia e democratura
- Mario Bove

- 2 giorni fa
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La più grottesca fra le campagne referendarie mai seguite in Italia sta fortunatamente giungendo alla fine. Quasi tutto è stato utilizzato come strumento di propaganda dal fronte del sì: teppisti infiltrati nelle manifestazioni, migranti mandati avanti e indietro fra le sponde dell’Adriatico, famiglie nel bosco, scioperanti, danni economici causati da ritardi nella burocrazia. Ogni cosa pur di screditare la magistratura, nonostante gli appelli del Presidente Mattarella.

Il risultato? Una generale confusione nell’elettorato, una probabile scarsa affluenza in linea con le precedenti consultazioni elettorali, l’ennesima occasione di polarizzazione rumorosa ed emotiva in cui l’incapacità di dialogo e discernimento sono state cavalcate dalle forze politiche. O meglio, da alcune di esse.
Si è parlato della riforma? Poco e male. I quesiti referendari hanno una radicata tradizione di oscurità semantico-lessicale nella loro formulazione con rimandi ad articoli e leggi che i cittadini dovrebbero aver preventivamente letto. Eppure, il vuoto esistenziale dell’urna si riempie del panico cognitivo che affolla la mente di dubbi spingendo a votare spesso d’istinto, seguendo il messaggio al quale si è stati esposti più frequentemente.
In fondo, Kahneman in “Pensieri lenti e veloci” aveva svelato diversi meccanismi e bias legati alla scelta, sottolineando il ruolo fondamentale dei “pensieri veloci”, quelli più presenti, meno razionali, legati alle euristiche, spesso sollecitati dall’emotività.
La “riforma costituzionale della Giustizia” è stata fin dall’inizio bollata come “questione tecnica” e, non a torto, lo è. Ciò però non significa che non possa essere materia del dibattito pubblico. Uno dei doveri dello Stato sarebbe esattamente quello di promuovere la cultura istituzionale e civica dei cittadini. Attualmente quello che viene dato in pasto agli elettori è un guazzabuglio di inesattezze, fallacie, argomentazioni false che poco o nulla hanno a che fare con il provvedimento in esame.
Viene difficile infatti riuscire a collegare i flussi migratori con la separazione delle carriere dei magistrati. Risulta altrettanto ardito ogni legame fra la creazione di due Consigli Superiori della Magistratura, di un’Alta Corte di Giustizia e le sorti della “famiglia del bosco” (che è incappata nel decreto Caivano scritto da questo governo).
Come può, infine, la composizione del CSM tramite sorteggio, puro dei togati e fra nominati della politica per i membri laici, accorciare i tempi della giustizia, oppure mettere a riparo da errori giudiziari (e addirittura è stato riesumato il buon nome del povero Enzo Tortora come testimonial involontario…), migliorare la sanità, far tornare i giovani in questo sciagurato paese!? Già, perché stando alla tesi di Giusy Bartolotto, capa del gabinetto del ministro Nordio, la conferma della riforma restituirà la fiducia nell’Italia per quei giovani, soprattutto laureati, che si sono trasferiti all’estero. Evidentemente chi pensa che i motivi siano gli stipendi commisurati al livello professionale, al costo della vita o che il lavoro fuori dall’Italia abbia una dimensione più umana, deve rivedere le proprie convinzioni e i diversi studi del fenomeno.
In tutto questo rumore parossistico – in cui i migliori sponsor del no restano proprio il Ministro della Giustizia Nordio, spalleggiato da Tajani, fra gaffe, lapsus e ingenue ammissioni del disegno di controllo della politica sulla magistratura –, il risultato più eclatante è un ribaltamento dei sondaggi in favore del no, dato in vantaggio dalle principali agenzie demoscopiche tutte concordi nel rilevarne l’andamento nettamente in crescita rispetto a pochi mesi fa. Un quadro che si spiega con diversi fattori.
Primo, con il passare del tempo un numero sempre maggiore di cittadini ha compreso l’operato della destra. Approvare a colpi di maggioranza la modifica di ben sette articoli della Costituzione, senza coinvolgere le opposizioni come è da prassi e forzando i tempi non dà un’immagine chiara della cosa. Parte della legge fondamentale dello Stato italiano riscritta da una singola parte politica, eletta con una risicata maggioranza di voti (il 26,7% degli elettori totali) non deve fare una buona impressione.
Si è resa visibile altresì una trama che ha già raggiunto due risultati preoccupanti come la depenalizzazione dell’abuso d’ufficio e il depotenziamento della Corte dei conti, istituti che in passato hanno fatto emergere comportamenti “non cristallini” dei politici italiani. Non hanno nemmeno rasserenato la figura del PM “superpoliziotto”, orientato ad ottenere condanne più che garantire un giusto processo, accanto al paventato affido della polizia giudiziaria sotto il controllo dei ministeri e non più della magistratura inquirente.
Nelle ultime ore la prima ministra si è presentata agli italiani, radiosa di bianco vestita, in un grande spot a favore del sì con lo sfondo del cupolone romano. Ha nuovamente esposto la strategia della sinistra di utilizzare la magistratura quando non vince le elezioni ed evocato la piaga delle correnti, ben sapendo che la loro entità è in realtà minima. Dai dati dell’ANM, risulta infatti che solo 2100 magistrati su 9200 ca (il 23%) risultano iscritti a “correnti”, di cui le “toghe rosse” di Magistratura Democratica rappresentano la parte minore con poco più dell’8%. Inoltre, la strategia delle sentenze pilotate combacia male con gli esponenti politici della destra ancora in sella, a volte anche dei ministeri, nonostante le diverse inchieste.
La comparsa della premier segna il definitivo spostamento dal dibattito istituzionale alla bagarre politica, dove il peso della stabilità del governo viene messo sulla bilancia del successo della riforma. Come se i dati economici e i rapporti internazionali contassero di meno.
Ma, come molti elettori oramai hanno ben compreso, questo non è un referendum pro-contro il governo, né sulla Giustizia. La riforma costituzionale aggredisce la materia della Magistratura, il suo autogoverno, l’indipendenza dalla politica, la possibilità di quest’ultima di avere ancora più le mani libere di rimestare fra appalti, finanziamenti, potere. All’orizzonte sono già pronte una riforma della legge elettorale e il sogno del premierato forte. Uno degli ostacoli a questi disegni di rimembranze pidduiste è proprio oggi, questo referendum.
Con la croce sulla scheda, scegliamo fra la difesa della Costituzione e l’imbocco verso la democratura.



