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Morire per escandescenza

Siamo riusciti ad aggiungere un altro tassello verso la costruzione di uno stato autoritario. Ricordate quando, prima di salire al governo, l’attuale prima ministra e i suoi sodali di partito invocavano la depenalizzazione del reato di tortura “per permettere alle forze dell’ordine di svolgere al meglio il loro lavoro”? L’applicazione dello “scudo penale” per agenti (e cittadini) prevista nel decreto sicurezza sembra di fatto aver realizzato il sogno di tanti esponenti della destra.


Funziona così. Se un’azione, che potrebbe rivelarsi potenzialmente reato, viene svolta in presenza di una “causa di giustificazione”, legittima difesa o adempimento di un compito come la pubblica sicurezza, l’iscrizione nel registro degli indagati non avviene. Si procede invece con un’annotazione preliminare in un modulo a parte, lasciando poi all’”indipendenza del pubblico ministero” la facoltà di decidere se ci sia necessità di ulteriori accertamenti e indagare formalmente i presunti colpevoli. Insomma, una sorta di zona intermedia che lascia il tempo alle polemiche di lievitare esattamente come sta accadendo in queste ore.


La mattina del 19 luglio, Abderahhim Fakir muore in seguito ad un intervento della polizia chiamata per placare i comportamenti violenti dell’uomo. Abderahhim, di origine marocchina, viveva in Italia da 35 anni ed era titolare di un’impresa di traslochi. Per cause ancora non chiare, viene colto da un eccesso d’ira che sfocia in una vera e propria crisi psichiatrica. Gli abitanti del complesso abitativo nel quartiere Pilastro di Bologna chiamano la polizia che giunge sul posto insieme ad un equipaggio di Croce Rossa.


In questi casi i sanitari sono tenuti ad attendere che le forze dell’ordine dichiarino la “scena sicura”, ovvero la messa in sicurezza da eventuali pericoli che possano compromettere i soccorsi. L’uomo viene quindi bloccato a terra dagli agenti, ammanettato con le braccia dietro la schiena, la faccia e il torace premuti al suolo dal peso dei poliziotti. Adberahhim si dimena, chiede ripetutamente aiuto, è in piena crisi, interviene una terza persona a fermargli le caviglie. Pian piano i movimenti si spengono, così come il respiro. Tutto tace. Un agente valuta lo stato di coscienza del fermato e, non notando reazioni, cede il passo ai paramedici. L’equipaggio fino ad allora ha assistito a tutta la sequenza come stordito da quanto stava accadendo. Il loro intervento giunge tardivo. L’uomo è già morto.


Conosciamo bene la sequenza dei fatti perché il tutto è stato ripreso dai cellulari di alcuni abitanti dei palazzi lì intorno. Ricorda in maniera terribile quanto accaduto negli Stati Uniti a George Floyd, morto anch’egli in seguito al blocco in terra della polizia.


La morte di Fakir dovrà sottostare alle indagini per chiarire diversi aspetti anche con l’ausilio delle bodycam dei poliziotti. Le manovre d’arresto erano corrette? I soccorritori avevano la possibilità di intervenire prima? La morte è imputabile alle manovre o a cause già innescate? Intanto, il solito macabro rituale autoassolutorio della destra è già partito, con gli applausi dei clan razzisti che famelici si sono avventati a scempiare il cadavere e la sua famiglia.


Il nome di Abderahhim Fakir si aggiunge a quelli di Federico Aldovrandi, Riccardo Magherini, Andrea Soldi, Riccardo Rasman, Enrico Lombardo, tutti morti perché “davano in escandescenza”. La marginalità sociale, il crollo del welfare e dell'assistenza psichiatrica peggiorano il deterioramento della stabilità esistenziale che già vive questo paese. La perdita improvvisa del lavoro, un problema di salute, i conti che saltano…


“Dare in escandescenza” è una condizione in cui molti possono trovarsi senza avvisaglie. È questo il protocollo d’intervento al quale bisogna abituarsi?


Insegna sul parafango anteriore della berlina Alfa Romeo 159. Gestita dalla Squadra Volante della Polizia di Stato. Scattata a una mostra della Polizia in Piazza del Popolo a Roma - https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Alfa_Romeo_159_-_Polizia_di_Stato_(5892137143).jpg
sv1ambo, CC BY 2.0, via Wikimedia Commons


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