Se fossi stato io a sparare
- Marco Antonio D'Aiutolo
- 4 ore fa
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Mi sono chiesto, in questi giorni, come mi sarei comportato io nei panni del commerciante della provincia di Cuneo, se avessero minacciato la mia vita, quella di mia madre o delle mie sorelle. Avrei anch’io, accecato da rabbia e terrore, inseguito i ladri in strada sparando all'impazzata e uccidendoli? Avrei invocato la legittima difesa per cercare di autoassolvermi, facendo leva sul fatto che era necessario eliminare un pericolo? Avrei giustificato me stesso avvalendomi del controllo sul territorio, quasi a voler lavare l'offesa subita dalle mie donne secondo le regole di un codice patriarcale da capoclan, oppure avrei provato un dolore profondo per aver comunque tolto la vita a delle persone?

Poi mi sono chiesto cosa avrei provato se quei proiettili vaganti avessero colpito un passante innocente, una donna o un bambino che si trovavano per caso su quella stessa strada. Avrei accettato di rubricare quel dramma come un semplice effetto collaterale, o avrei ammesso a me stesso che quella non era più difesa bensì l'esercizio di una vendetta privata? Difendere se stessi o i propri cari è un dovere, ma nessuno, costretto a uccidere per salvare la propria esistenza, ha qualcosa di cui vantarsi.
Eppure, nella comunicazione digitale contemporanea, assistiamo a una mutazione antropologica che trasforma lo stato di necessità in un palcoscenico di orgoglio e propaganda. Quando la violenza cessa di essere una tragica eccezione e viene convertita in un contenuto da monetizzare in like, la discussione sulla legittima difesa si riduce a una retorica che maschera un profondo crollo etico. Solo riconoscendo il valore mai relativo dell'esistenza umana e recuperando un sano sentimento di rimorso, anche quando l'eliminazione dell'altro avviene per una doverosa autodifesa, diventa possibile arginare l'analfabetismo morale che infetta i nostri feed quotidiani.
Purtroppo, attorno a questi episodi si consuma il cortocircuito di una leadership politica che specula sulle piazze virtuali. Colpisce l'incoerenza di chi edifica la propria identità sulla difesa intransigente della vita dal concepimento alla morte naturale, ma la relativizza tramite post e tweet per compiacere l'algoritmo della rabbia. Sono gli stessi attori che, dietro lo schermo della legittima difesa, applaudono alla giustizia sommaria della strada e giustificano politiche di annientamento militare contro interi popoli. Quando la politica riduce l'essere umano a card elettorale, si fa portatrice di una regressione tribale.
Questa deriva cinica tradisce la nostra stessa tradizione occidentale, a partire dalla dottrina scolastica del duplice effetto. Secondo questa prospettiva, l’atto compiuto per preservare la propria esistenza si scinde sul piano dell’intenzionalità, perché il fine immediato è la salvaguardia di sé, mentre il decesso dell’aggressore resta una conseguenza non cercata, non voluta e non desiderata. Questa architettura morale poggia sul presupposto che il valore della vita sia assoluto e non si perda per demerito, poiché lo statuto di persona non sbiadisce nella criminalità o nell’atto di aggressione.
Lo si comprende di fronte alla figura dell'aggressore innocente, come nel caso di un figlio costretto a contenere la violenza improvvisa e incontrollabile di un genitore affetto da Alzheimer. In quel frangente drammatico la difesa è urgente, eppure la vita del genitore non perde un briciolo del suo significato o della sua importanza intrinseca agli occhi del figlio. L’azione si spoglia di pulsioni punitive e si compie esclusivamente nell'angoscia. La filosofia del diritto tiene in gran conto lo stato di necessità e la temporanea sospensione della lucidità, ma ciò che si pone fuori dal perimetro etico è l’assenza di dolore per la morte altrui, oggi amplificata dalla freddezza dello schermo di uno smartphone.
Per comprendere questa anestesia della coscienza, occorre osservare come la normalizzazione dei piccoli compromessi distrugga i grandi valori. Pensiamo all’essere costretti a mentire per salvaguardare la vita di qualcuno, come nel caso di Anna Frank. Non conosciamo l'universo intimo di coloro che scelsero di nascondere quella famiglia, ma possiamo immaginare che fossero individui legati sia al valore della vita, sia a quello della verità. Eppure, si trovarono costretti a mentire ai persecutori. Dover rinunciare alla verità a causa di una forza maggiore lacera l'integrità di chi si trova a farlo, e dovremmo chiederci come una civiltà sia potuta sprofondare in una simile necessità. La risposta risiede nell'erosione progressiva del principio di verità, normalizzato un pixel alla volta attraverso la bugia accettata per opportunismo politico o tornaconto personale.
Lo stesso identico meccanismo si applica all'eccesso di legittima difesa. Quando le sezioni commenti dei social esplodono di plausi per la morte di una persona che ha commesso un crimine, si decreta digitalmente che alcune vite valgono di meno, cedendo all'idea che l'eliminazione del nemico sia un trofeo da esibire nel proprio feed. Come chi è costretto a mentire per salvare un perseguitato non ha nulla di cui andare fiero, così chi uccide per difendersi non dovrebbe mai esibire quel gesto come un contenuto di successo. Per chi considera la vita un valore inalienabile, l’atto di uccidere si configura sempre come una catastrofe intima, una lacerazione della personalità e una parziale perdita della propria umanità. La coscienza autentica abita il tormento del confine e la consapevolezza che, se fosse stato possibile, l'evento si sarebbe evitato. Chi non sperimenta questa lacerazione e cerca l'autoassoluzione non sta difendendo la propria esistenza, ma sta semplicemente accettando di sopravvivere al crollo della propria struttura morale.
