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Chi ha paura della Storia?

La normalizzazione del conflitto nella quotidianità delle vite di tutti spinge a tollerare il civile come arma di destabilizzazione dell’avversario.

Avash Media, CC BY 4.0, via Wikimedia Commons
Avash Media, CC BY 4.0, via Wikimedia Commons

Tanto lo scontro in Ucraina quanto quello in Medio Oriente – che coinvolge più Stati – conduce a domandarsi se, malgrado le ostilità abbiano sempre creato forte pressione sulla popolazione, non sia arrivato il momento di stabilire come regolare le guerre. Esistono strumenti giuridici come il Diritto Internazionale Umanitario (DIU) che permetterebbero la tutela di coloro che non partecipano direttamente ai combattimenti. Eppure, per via della mancata collaborazione dei governi con le Nazioni Unite o altre organizzazioni internazionali, questo raramente è oggetto di applicazione. Perché? La risposta è tragicamente semplice: non conviene.

 

Nel momento in cui l’aggressore o l’aggredito, per raggiungere i propri obiettivi, decidono deliberatamente di non adottare il DIU – poiché rallenterebbe le loro operazioni – chi non combatte diventa una “casualità”, ossia un sacrificio necessario per ottenere quella che la narrazione può qualificare come vittoria, malgrado spesso non sia altro che una pausa sancita da un trattato di pace. Le forze di peacekeeping dell’ONU sono chiamate frequentemente per tutelare i civili nelle zone di scontro, ma la loro efficacia può essere inibita dalla mancanza di un mandato adeguato o dalle difficoltà operative sul terreno.

 

La stessa Corte Penale Internazionale (CPI), istituita con il fine di perseguire i crimini di guerra, contro l’umanità e il genocidio, è un organo fondamentale per riconoscere la violazione del DIU. Tuttavia, poiché non tutti i Paesi hanno aderito allo Statuto di Roma – trattato che ne convalida la giurisdizione – la sua efficacia è circoscritta e difficilmente applicabile nelle zone belliche. L’uso della forza all’interno delle nazioni è limitato dall’applicazione della legge da parte dei magistrati, che può produrre un verdetto lesivo del patrimonio del condannato o della libertà con la reclusione. Dal punto di vista globale, invece, non esiste ancora un giudice a cui venga attribuita l’autorevolezza tale da emanare sentenze vincolanti e riconosciute da ogni comunità. Il riconoscimento di tale figura dovrebbe portare alla rinuncia della propria sovranità da parte di tutti gli Stati e a una fiducia tale da ritenere che la decisione emanata sia coerente con il diritto internazionale universalmente accettato.

 

Oltre a ciò, bisognerebbe pensare ai vari gradi di giudizio: chi si occuperà dell’appello? Chi può impugnare la sentenza? Quale sarà la preparazione giuridica di coloro che potranno presentarsi davanti alla corte? Domande complesse a cui dare riscontri nella pratica. E forse il volere divino è una spiegazione più misteriosa e affascinante, ma inefficiente per quanto riguarda la burocrazia bellica del pianeta. Siccome tali organi sono ancora complessi da vedere legittimati e identificabili, un elemento che potrebbe mutare la visione del conflitto è la narrazione che ne viene fatta. Gli Stati aggressori vengono catalogati come male incarnato, crudeli, canaglie, dando così un’importanza e una rilevanza descrittiva che porta il Paese in questione o a interpretare il ruolo di “cattivo” o a evitare di dare peso al racconto che viene fatto di sé. Se invece si parlasse in termini di fragilità storica, sociale e politica – attraverso termini che delineano la vulnerabilità dello Stato – si impedirebbe che possa essere ricamata una cronaca di grandiosità nella vittoria militare. Nel momento in cui cambia il racconto che viene costruito sulla legittimità dell’uso della forza, questa, quando verrà usata, passerà come segno di debolezza e non di potenza. Come? Incominciando a mettere in discussione anche chi viene descritto come leader da stimare o da imitare. Churchill? De Gaulle? Thatcher? Di tutti questi personaggi citati si potrebbero descrivere le utilità che hanno adottato per portare gli Stati rappresentati fuori da crisi sistemiche, ma tenendo presente che non debba passare in secondo piano la sofferenza dei popoli propri e altrui per perseguire i disegni strategici.

 

Se le collettività nazionali sono riuscite a limitare la violenza anche mediante una storia basata sull’unità, così è possibile cominciare a farlo anche quando si tratta di dinamiche internazionali. Perché non c’è niente di più personale ed emotivamente sensibile della narrazione che ognuno fa di sé, che sia un'istituzione o un individuo. Se si incomincia a parlare della psiche dei popoli e della fragilità della brutalità, si toglie potere al mito bellico e si circoscrive l’idea di gloria ottenuta attraverso la guerra.

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