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Teheran sotto la pioggia nera: i danni collaterali della guerra voluta da Trump e Netanyahu

La prima settimana del conflitto in Iran rimarrà impresso nella storia come il momento in cui la guerra moderna ha travalicato i confini del confronto militare per trasformarsi in una catastrofe ecologica e umanitaria senza precedenti. Tra il 7 e il 10 marzo, le operazioni congiunte "Epic Fury" (USA) e "Roaring Lion" (Israele) hanno colpito l'Iran dando il via ad una spirale di distruzione con il diritto internazionale calpestato e violato ripetutamente.

Avash Media, CC BY 4.0, via Wikimedia Commons
Avash Media, CC BY 4.0, via Wikimedia Commons

L'intensificazione delle ostilità ha visto circa 80 caccia israeliani, supportati dall'intelligence di Washington, colpire sistematicamente le raffinerie petrolifere come il deposito di Shahran e la raffineria Tondgouyan. Le conseguenze non sono solo il blackout energetico o il razionamento del carburante, ma la genesi di un mostro chimico atmosferico.

 

I processi chimici innescati dall'umidità hanno trasformato gli ossidi di zolfo e azoto in acidi corrosivi, dando origine alla cosiddetta "pioggia nera" (acido solforico e acido nitrico). Questa precipitazione acida e oleosa ha causato ustioni chimiche su migliaia di civili e la contaminazione irreversibile delle falde acquifere, saturando l'aria di particolato fine e metalli pesanti.

 

Sotto il profilo del Diritto Internazionale Umanitario (DIU), l'attacco solleva contestazioni gravissime. Gli esperti ONU citano diverse violazioni del Protocollo I di Ginevra:

 

  1. Principio di Distinzione (Art. 48): l'uso "duale" delle infrastrutture colpite non giustifica un impatto così devastante su una popolazione di 10 milioni di persone.

 

  1. Principio di Proporzionalità (Art. 51): il vantaggio militare ottenuto è considerato "tragicamente sproporzionato" rispetto al danno ambientale e sanitario.

 

  1. Protezione dell'Ambiente (Art. 35 e 55): l'incendio deliberato di milioni di barili di petrolio configura un potenziale ecocidio con danni estesi, durevoli e gravi.

 

Anche la rappresaglia iraniana contro gli impianti di desalinizzazione in Bahrain è una violazione dell'Articolo 54 riguardante i beni indispensabili alla sopravvivenza. Tuttavia, la scala della devastazione chimica prodotta dalla coalizione USA-Israele segna un punto di non ritorno nella qualificazione dei crimini contro l'umanità.

 

La crisi attuale dimostra che la tecnologia di precisione, se usata per colpire infrastrutture vitali in contesti urbani, diventa un'arma di distruzione di massa indiscriminata. Le nazioni che si professano democrazie, custodi dei diritti umani e della legalità internazionale, non possono permettersi di commettere atti che trasformano intere metropoli in camere a gas a cielo aperto. Anche i paesi che sostengono o non condannano queste operazioni, oltre a una scelta tattica discutibile, sono complici di un'atrocità che mina le fondamenta stesse della civiltà giuridica globale. Una democrazia che non rispetta la vita dei civili e l'integrità dell'ambiente, persino nel fragore della guerra, tradisce i valori che pretende di difendere.

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