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È più facile organizzare una guerra che costruire una pace

Lo strumento bellico può costruire una pace?


La guerra in Medio Oriente pone questo quesito come centrale per ottenere una narrazione storica che non ponga più come protagonista il sopruso di popoli su altri, alimentando il detto «Si vis pacem, para bellum».

Attacchi alle abitazioni residenziali a Teheran (foto scattata il 18 marzo 2026) - Avash Media, CC BY 4.0, via Wikimedia Commons
Attacchi alle abitazioni residenziali a Teheran (foto scattata il 18 marzo 2026) - Avash Media, CC BY 4.0, via Wikimedia Commons

Israele, con un esercito all’avanguardia, ha basato la sua deterrenza su una tecnologia bellica avanzata e un arsenale atomico esistente, ma fondato sulla dottrina dell’ambiguità nucleare: pur non dichiarando ufficialmente di possedere armi nucleari, gli altri Stati ne sono consapevoli.


Il Medio Oriente diventa così una conferma del fatto che l’apparato militare è necessario per instillare paura nell’avversario, intimorirlo dall’intraprendere campagne belliche fallimentari, senza però limitare l’uso della forza per ottenere egemonia nella regione.


Il conflitto a cui il mondo sta assistendo – tra Iran, Stati Uniti e Israele – pone un quesito che pochi si pongono: ma i popoli cosa ne pensano? Ritengono realmente che provocare traumi – il ricordo di una casa distrutta, un amico ucciso, un esercito annichilito – possa portare a una pace perpetua, anziché a un semplice sospiro di sollievo tra un conflitto e l’altro? Se intervistassimo i popoli della regione, ognuno avrebbe un’idea differente della quiete che porta la pace: chi sosterrebbe l’eterogeneità di pensiero, chi la sua omologazione, chi desidererebbe evadere dalla prigionia della propria esistenza sentendosi partecipe della Storia collettiva. Difficilmente si otterrebbe una risposta unitaria, perché la pace è più difficile da costruire della guerra.


Nel desiderio che le persone coinvolte in una dinamica fortemente traumatica come quella di un conflitto – indipendentemente dalla bandiera – riescano a costruire una coesistenza sui dolori altrui, e non sulle memorie di guerre europee fortunatamente lontane (per ora). La domanda più affascinante rimane il “come”. Come costruire un equilibrio regionale sublimando l’angoscia aggressiva e violenta che anima l’umano nel suo processo storico millenario? In quali termini questo può coesistere con universi creati attraverso linguaggi, credo e storie differenti?


Mediante l’appartenenza, essa stessa un mito intorno al quale bisognerebbe creare una narrazione unitaria, che accompagni i manifestanti di Teheran e quelli di Tel Aviv verso una forma di responsabilità reciproca nell’abitare la regione. Il problema subentra quando il confine diventa proprietà di una terra intorno alla quale si costruisce una pedagogia nazionale basata sull’idea di possesso identitario. Il paese al di là dello stato di appartenenza diventa allora un villaggio di estranei con cui relazionarsi come turisti o, peggio, come nemici, anziché un solco di terra con cui entrare in contatto: una terra, una casa, una famiglia che ha un racconto vicino al proprio, seppur espresso in un idioma differente.


La pace e la quiete a cui ambiamo per popoli lontani portano spesso a semplificare la complessità semantica, storica, religiosa e culturale che dà identità a popoli che si sentono legittimati a esistere perché esiste una patria – nonostante la patria esista grazie alla presenza dei suoi cittadini.


Un continente europeo in pace difficilmente si domanda perché lo sia; forse intimorito dalla risposta: «Si vis pacem, para bellum», dicono ora le classi dirigenti del Vecchio Continente.

Se la pace fosse suscettibile di valutazione economica, pedagogica, storica e culturale, sarebbe un mondo in cui essa dominerebbe. Ma il desiderio di creare strategie per la costruzione e l’annichilimento del nemico è talmente elevato da renderlo un’aspirazione illusoria. Finché nell’altro si vedrà uno straniero anziché una parte di mondo, i conflitti non potranno che protrarsi fino a quando non diventeranno globali, narrati dai moderni Ariosto del ventunesimo secolo: Instagram, Telegram e TikTok.

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