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Youssef Siher e la deriva kafkiana della propaganda politica

23 ore fa
Tempo di lettura: 3 min

«Qualcuno doveva aver calunniato Josef K., poiché un mattino, senza che avesse fatto nulla di male, egli fu arrestato». L'incipit del Processo di Kafka risuona con inquietante attualità nella Milano di fine ottobre 2026. Al posto di Josef c'è Youssef. Il giovane ricercatore e attivista italiano, figlio di genitori marocchini, Youssef Siher è stato travolto da una macchina giudiziaria e politica che sembra uscita dalle pagine più buie del Novecento.


Fotografia realistica notturna di un giovane di spalle scortato da agenti della polizia in divisa. Sullo sfondo, un grande edificio pubblico monumentale illuminato da freddi lampioni stradali.
Immagine di copertina generata tramite intelligenza artificiale a scopo illustrativo e concettuale - Fonte: Generazione interna AI / Archivio La Bottega delle Filosofie.

L’accusa mossa dalla Procura è pesantissima: istigazione a delinquere aggravata da finalità terroristiche e violenza organizzata nelle manifestazioni. Per gli inquirenti, Siher è la mente dietro la chat Telegram "Movimento 17 ottobre", considerata l'incubatore degli scontri avvenuti durante le manifestazioni di Milano. Ma il teorema crolla davanti alla Gip Tiziana Landoni, che non convalida il fermo e ne ordina la scarcerazione. Le motivazioni sono un bagno di realtà tecnica: la chat è stata aperta la sera del 18 ottobre, ossia dopo i disordini. Nessun nesso causale, nessuna istigazione. Solo l'evocazione di una "disobbedienza civile" che la giudice riconduce nell'alveo del legittimo diritto di critica. Inoltre, la misura cautelare – ricorda l'Anm – deve essere un'eccezione, non un'anticipazione della pena priva di gravi indizi e di reali pericoli di fuga.


La reazione della politica è immediata e, come denunciato dall'Associazione Nazionale Magistrati, drammaticamente "scomposta". La premier Giorgia Meloni definisce "vergognosa" la decisione, scagliandosi contro il provvedimento: «Davvero non so come possa uno Stato normale difendere le persone perbene di fronte a queste decisioni di certa magistratura». Un attacco frontale che accusa il giudice di "mortificare" il lavoro delle Forze dell'Ordine. Solo in un secondo momento, messa di fronte all'evidenza cronologica dai cronisti in conferenza stampa, Meloni prova a edulcorare l'interferenza istituzionale arrampicandosi sugli specchi della grammatica. Dichiara infatti di aver semplicemente «sbagliato il tempo di un verbo» nel suo video social, avendo descritto al passato azioni che la chat non poteva aver provocato.


Contemporaneamente, i media di destra e altri politicanti attivano la collaudata macchina del fango. Anziché entrare nel merito tecnico della decisione della Gip, si scava nella sua vita privata. Landoni viene etichettata come estremista per aver firmato l’"Appello dei giuristi per Gaza", un documento della rivista Giustizia Insieme che invocava semplicemente il rispetto del diritto internazionale e la tutela dei civili. Il cortocircuito della propaganda emerge però in tutta la sua evidenza poche ore dopo: lo stesso identico appello umanitario era stato sottoscritto anche dalla Pubblica Ministera Francesca Crupi, colei che ha coordinato l'inchiesta e chiesto il carcere per Siher.


Questo meccanismo rivela un pericolo profondo. Quando il potere politico e i giornali d'area accusano una persona perché, malgrado italiana, ha pur sempre un nome "straniero", perché dissente (magari anche con parole forti) o perché non è allineata a un governo che pure usa parole violente dall'alto delle proprie tutele istituzionali, si mina lo Stato di diritto. Si sposta il fuoco dalle prove del processo all'ideologia del giudice.


Come per Kafka, c'è un altro cortocircuito filosofico che illumina questa vicenda, ed è quello sollevato da Kant nel celebre saggio Su un presunto diritto di mentire per amore degli esseri umani. È legittimo mentire all'assassino che ci chiede se il nostro amico si sia rifugiato in casa nostra? Kant risponde di no, ritenendo la verità un dovere incondizionato. Possiamo criticare il filosofo di Königsberg, definendo la sua rigidità un tradimento dell'amicizia. Ma la vera domanda politica che dovremmo porci, oggi come allora, è un'altra: come si giunge a una società in cui qualcuno si senta legittimato a bussare alla nostra porta con dichiarate intenzioni omicide?


La filosofa Christine Korsgaard ha sostenuto che nessun assassino serio si presenterebbe alla porta dichiarando le proprie intenzioni. Ma Maria Chiara Pievatolo, nella Nota della curatrice con cui ha curato e commentato il saggio kantiano, ha giustamente ribaltato questa visione: l'intenzione di uccidere, o di perseguitare, viene resa pubblica e socialmente apprezzata tutte le volte in cui non nasce da un progetto criminale privato, ma da una linea di condotta politicamente deliberata dallo Stato, come nelle persecuzioni razziali o ideologiche. Ed è proprio questo che dimostra il caso di Youssef Siher, dove la materia del contendere è essenzialmente, e drammaticamente, politica. Per parafrasare la premier vorrei chiedermi anche io: Come può uno Stato normale garantire la sicurezza dei cittadini se le risposte delle istituzioni sono queste?

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© 2025 - La Bottega delle Filosofie è una testata giornalistica registrata presso il Tribunale di Salerno - Reg. Num 2593/2024 - Direttore Responsabile Dario Luca Mattia - Direttore Editoriale Marco Antonio D'Aiutolo.

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