top of page

L’Eclissi della verità: perché la politica non può mentire secondo Kant

La menzogna è ormai una prassi politica accettata? Sembra non turbarci più il fatto di trovarci ogni giorno dinanzi a politici mendaci e mistificatori che usano e giustificano la bugia pubblica derubricata a necessità pragmatica, a strategia per proteggere lo Stato e l’interesse pubblico, a scelta inevitabile per gestire crisi complesse. Si invoca la realpolitik, lì dove più semplicemente si tratta di strumentalizzare il ruolo di rappresentante delle istituzioni per salvaguardare interessi personali e privilegi parziali.

https://pixabay.com/illustrations/ai-generated-wolf-in-sheeps-clothing-9008297/

Ed è proprio l’idea di una sana e sostenibile politica reale che spinge Immanuel Kant a scrivere Su un presunto diritto di mentire per amore degli esseri umani, un articolo del 1797 che ci porta al cuore della filosofia del diritto e a interrogarci sul rapporto tra la politica e la così tanto “ingombrante” etica e quindi se sia legittimo per un politico mentire.

 

La discussione prende le mosse da un’accusa di Benjamin Constant. In Le relazioni politiche, sostiene che la difesa del principio morale di dire la verità a ogni costo – un dovere che, preso come incondizionato e isolato, «renderebbe ogni società impossibile» – conduce Kant «al punto di affermare che sarebbe un delitto la menzogna di fronte a un assassino che chiedesse se il nostro amico, da lui inseguito, non si sia rifugiato in casa nostra.» Per il filosofo francese, dinanzi a un caso simile, la verità diventa relativa, a essa va anteposto un “principio intermedio”: quando reca danno a terzi e rende insostenibile la convivenza, mentire è necessario e legittimo. Un assassino non ha alcun diritto a una verità che gli permetterebbe di compiere un delitto.

 

La risposta di Kant è spiazzante nella sua intransigenza. Egli rifiuta ogni "principio intermedio" e afferma che la veridicità è un dovere incondizionato e irriducibile. La menzogna non danneggia solo la vittima specifica o l'interlocutore, ma l'umanità intera. Mentire significa inquinare la fonte stessa del diritto: se si ammettesse la liceità della bugia in base alle circostanze, ogni patto e ogni legame sociale basato sulla parola data crollerebbero, rendendo vana ogni legge. Una risposta che suscita la sensazione di trovarsi dinanzi alla storia di un’amicizia tradita e spinge a simpatizzare con il mentitore.

 

Presi dall’imbarazzo, alcuni interpreti di Kant, come Christine Korsgaard, hanno tentato di depotenziare l'esempio osservando che, nella realtà, nessun assassino dichiarerebbe apertamente le proprie intenzioni bussando a una porta. Eppure nella storia non ne sono mancate situazioni del genere, divenendo addirittura una linea di condotta politicamente deliberata. Si pensi alle persecuzioni religiose, razziali o politiche, al caso di Anna Frank o ai rischi corsi da chi sfida regimi totalitari o organizzazioni criminali.

 

Qualche altro kantiano ha suggerito che in contesti del genere, in cui il diritto viene calpestato dalla tirannide e dalla violenza e ci si trovi in un mondo dominato dall'irrazionalità, Kant stesso ammette una reazione “fuori” dal diritto comandato dalla ragione. È il caso della Rivoluzione Francese o del tirannicidio. Ma anche di coloro che hanno combattuto il nazifascismo. Per questi interpreti, seppure la ragione kantiana comanda la verità, non è inammissibile mentire se è l'unica via d'uscita per proteggere un innocente. Purché la si consideri una scelta inevitabile, di cui non bisogna compiacersi e senza alcun tentativo di autoassolversi sulla base dei principi della Ragione morale.

 

Ma anche questa interpretazione presta il fianco a obiezioni cruciali. Innanzitutto, nel caso menzionato, la risposta di Kant netta: un no fermo alla menzogna, a costo di tradire l’amico. Senza mezzi termini. In secondo luogo, bisogna interrogarsi su che fine faccia l'identità morale di chi afferma di essere "costretto" a mentire, di “non poter fare altrimenti”, di chi per questo rinuncia al proprio ruolo di agente libero per subire passivamente la pressione delle circostanze. Che ne è della propria autonomia e della propria autodeterminazione?

 

Ciò di cui non si tiene conto è il conflitto drammatico vissuto dall’uomo di Kant, la sofferenza morale nell’essere costretto a mentire all'assassino. Se non prendiamo sul serio il dovere della sincerità, non potremmo comprendere lo sgomento di chi è indotto a rinunciare alla verità, pur credendo fermamente che la menzogna distrugge l’umanità, e magari condivide questa credenza con l’amico che deve proteggere (se è veramente suo amico). L'identità morale non richiede di essere automi freddi e impersonali che ignorano gli affetti. L'ideale kantiano ci spinge ad assumere le nostre relazioni e la nostra storia con consapevolezza e responsabilità. La ragione è pratica perché ci chiede: quale mondo vorremmo si realizzasse dalla nostra azione? Vorremmo essere responsabili di un mondo in cui la pressione degli eventi ci schiaccia? Di una società in cui qualuno si senta autorizzato a bussare impunemente alla nostra porta con intendi omicidi? Che non ci permette più di essere integri, che ci impone di rinunciare a ogni riflessione critica, a uno sguardo universale, per affidarci solo a lealtà locali o codici di appartenenza ristretti, condannandoci alla disgregazione, a scegliere cioè tra ciò in cui crediamo e ciò che amiamo, a essere fragili e vulnerabili a volontà esterne. Chi è responsabile di questa costruzione sociale?

 

Ed ecco il punto. Kant scrive l’articolo in un contesto storico preciso. Nel 1797, l'Europa è scossa dagli esiti della Rivoluzione Francese, dal Terrore e da nuove tentazioni autoritarie. In questo clima di crisi della legittimità del potere, Kant comprende che l'unica difesa per la libertà e per l'indipendenza del pensiero è il rifiuto radicale di ogni particolarismo. Accettare il diritto di mentire per proteggere un amico – è il ragionamento –, significa per coerenza concedere lo stesso diritto anche a chi governa, autorizzandolo a usare la menzogna e la mistificazione per asservire il popolo ai propri fini ideologici. La politica non può rinunciare alla trasparenza se vuole rimanere entro i limiti della giustizia. Un politico bugiardo non è solo un individuo poco onesto, ma è qualcuno che contribuisce attivamente a rendere la società insostenibile. Quando legittimiamo la menzogna pubblica, stiamo costruendo un mondo in cui vige il sospetto e dove il potere si fonda sul rabbonimento dei cittadini piuttosto che sul loro consenso razionale.

 

La riflessione kantiana ci avverte che non siamo mai solo vittime di un sistema, ma spesso ne siamo complici. Abbiamo contribuito a nutrire un certo stato di cose tacendo quando bisognava parlare o cercando escamotage per evitare verità scomode. Una società che non si fonda su un'economia della trasparenza è destinata al collasso, perché distrugge la fiducia che è alla base del diritto. Dobbiamo batterci per la verità e denunciare ogni mistificazione non per un astratto dogmatismo, ma per un senso di responsabilità verso il mondo che scaturisce dalle nostre azioni. Se accettiamo che la verità sia ad accesso limitato o facoltativa, stiamo di fatto preparando il terreno a quella stessa violenza che vorremmo evitare. In ultima analisi, non dobbiamo mentire per non trovarci, un giorno, nella condizione di chi vede bussare alla propria porta qualcuno con l'intenzione dichiarata di uccidere un nostro amico, scoprendo di aver costruito noi stessi, bugia dopo bugia, quel mondo e quella società sul serio impossibile.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

  • Instagram
  • Facebook
bottom of page