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La forza della penna e il vicolo cieco del manganello: Kant, Matteotti e la tentazione dello Stato tribale

4 ore fa
Tempo di lettura: 3 min

La reazione violenta di alcune piazze è un fenomeno naturale ed esito logico dell'umiliazione subita. La situazione sfugge di mano perché la risposta è sempre altra repressione. I primi responsabili del ritorno allo stato di natura sono i governi che calpestano la giustizia.


Parigi, ottobre 2026 - Pierre-Louis Mièze
Parigi, ottobre 2026 - Pierre-Louis Mièze

Nell'introduzione e nelle note a Sette scritti politici liberi, Maria Chiara Pievatolo affronta uno dei nodi più celebri e apparentemente contraddittori del pensiero di Kant: l'entusiastico favore per gli ideali della Rivoluzione francese a fronte di un categorico e assoluto rifiuto del diritto di resistenza nei confronti dell'autorità costituita. A prima vista, l’intransigenza kantiana contro la ribellione somiglia a quella di Thomas Hobbes, per cui il sovrano decide l’ordine e i sudditi obbediscono per scongiurare il caos. Eppure, la studiosa dimostra che Kant si muove su un binario opposto. Se per Hobbes il diritto coincide con la pura forza coattiva della spada, per Kant lo Stato ha senso solo se si fa strumento di un ordinamento secondo ragione, fondato su libertà, uguaglianza e indipendenza.


Cosa accade, allora, quando le istituzioni dimenticano questa missione universale e regrediscono a uno stato di polizia? La riflessione della curatrice diventa qui un bisturi per leggere il nostro tempo. La legge, per funzionare, non può basarsi unicamente sulla minaccia della punizione. Pievatolo evidenzia un limite strutturale intrinseco al potere: la coercizione giuridica tramite sanzione cessa di funzionare quando il male immediato che l'individuo subisce è superiore alla pena minacciata dallo Stato. È una legge fisica della politica. Quando un popolo è schiacciato dal fallimento economico, dalla fame o da una sistematica umiliazione civile, la paura del decreto o del manganello evapora. Se la sanzione dello Stato minaccia la prigione a chi non ha più il pane o lo spazio minimo per respirare, la deterrenza crolla. L'esasperazione della forza poliziesca non ripristina l'ordine, ma accelera la disintegrazione del patto sociale.


Il caso storico di Giacomo Matteotti, richiamato nel testo, è emblematico. Il deputato socialista non scelse la via della guerriglia, ma usò il diritto e la tribuna parlamentare per denunciare i brogli di un fascismo nascente. La risposta di Mussolini, dopo il delitto, fu l’esaltazione della forza come unica soluzione della storia. È qui che scatta il cortocircuito. Pievatolo ricorda che se un sovrano va proclamando che la forza è la sua unica legittimazione, il popolo potrebbe «prenderlo in parola, ribellandosi per vedere chi è, in effetti, il più forte». Chi governa solo con l’arma della violenza e dell'intimidazione rompe unilateralmente il patto repubblicano.


Questa analisi illumina la parabola di certe derive contemporanee, come l'atteggiamento aggressivo e tribale che talvolta traspare nell'azione dei governi. Quando il potere si ammanta del panno istituzionale ma usa i decreti come clava ideologica, cannibalizza la separazione dei poteri e riduce gli spazi di dissenso, non sta proteggendo la legalità. Al contrario, sta sdoganando una logica di fazione, una gestione tribale della cosa pubblica che sostituisce il dialogo con l'umiliazione. Legittimare il manganello come risposta ordinaria alle tensioni sociali significa rinunciare alla razionalità del diritto.


La reazione violenta di alcune piazze, pur ingiustificabile sotto il profilo legale, diventa comprensibile come fenomeno naturale ed esito logico di questa regressione. La situazione rischia di sfuggire di mano perché la risposta governativa continua a essere l'inasprimento poliziesco, in un circolo vizioso che si alimenta da sé. I veri e primi responsabili del passaggio dallo Stato di diritto allo stato di natura sono proprio coloro che guidano le istituzioni. Avendo sostituito la giustizia distributiva con la repressione e la propaganda coercitiva, i governi si spogliano della loro autorevolezza razionale e rimangono nudi, come attori di una prova di forza bruta.


Kant indicava una via alternativa per evitare lo spargimento di sangue, ossia la libertà della penna. L'uso pubblico della ragione e la libertà di critica sono le uniche valvole di sicurezza in grado di disinnescare la violenza prima che sia troppo tardi. Se la stampa viene silenziata e i cittadini vengono trattati come minorenni da disciplinare, la piazza smette di essere un luogo di dibattito e si trasforma in un’arena. Quando un governo sceglie la via della forza calpestando il diritto, non sta difendendo lo Stato: sta semplicemente aprendo le porte dell'inferno.

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