Sbatti il terrorista in prima pagina e il figlio borghese al sicuro della privacy
Nel film “Sbatti il mostro in prima pagina”, Marco Bellocchio aveva descritto in maniera precisa il meccanismo con cui certa stampa prova a manipolare l’opinione pubblica. Si trova un colpevole, si costruisce il caso, si agisce anche di cesello fine sui titoli prima ancora che sul corpo dell’articolo. Sta accadendo in queste ore.
Youssef Siher, italiano di seconda generazione, è il presunto (ricordiamolo) responsabile della movimentazione di migliaia di persone che ha portato alle ben note scene di saccheggio e distruzione di qualche giorno fa nel centro di Milano. L’ipotesi accusatoria degli inquirenti è di istigazione aggravata dalla finalità di terrorismo e il nuovissimo reato di violenza organizzata in manifestazione pubblica, introdotto con l’ultimo decreto sicurezza. Si cercano capillarmente connessioni nella rete social e associazionismo del trentenne.
Cosa sappiamo di Siher? Tanto, forse già troppo e subito: lavoro, collaborazioni con giornali, l’attiva complicità della moglie, le piattaforme e i profili aperti dopo i fatti e brandizzati come “Movimento 17 ottobre”. La tesi è che abbia voluto riorganizzare queste masse arrabbiate, favorendo nuovi episodi criminosi. Lo stabiliranno gli inquirenti al lavoro.
Altro episodio simile, il caso dell’undicenne rimbalzato con enorme sdegno su giornali e social. Se in questo caso non sono stati rivelati dati sensibili, il suo volto travisato ha fatto il giro del circo mediatico in pochi secondi. Cosa peggiore, al codazzo della gogna di un minorenne si è aggiunta la stampa, anche la più “blasonata”, mettendo seriamente a rischio la privacy di un minore che la deontologia professionale dovrebbe sempre tutelare.
Trovare anche un solo colpevole, il capo (e capro espiatorio), è rassicurante per l’opinione pubblica. Ad un livello più immediato, è l’efficacia dell’azione investigativa, capace di risolvere rapidamente il caso. Poi il topos ordine nel caos. Poter incolpare qualcuno per un’azione così diffusa è un modo per razionalizzare l’evento, anche a costo di semplificarlo in maniera eccessiva. C’è uno che comanda e migliaia di persone che eseguono. Un po’ come capitato con gli “influencer del male” De Crescenzo e Vucumprà, capaci di concentrare masse in pochissimo tempo. Purtroppo, come sempre, la realtà è molto più complessa.
Il contraltare: la banda della minicar. Cosa sappiamo dei minori coinvolti? Nulla eccetto il quartiere di residenza, che il padre di uno dei due è carabiniere, modello e fregi dell’autoveicolo del terrore. 7 feriti di cui uno in modo grave. I due sono calati dietro una coltre di silenzio. La stampa ha trattato il caso con il dovuto riservo e continenza di linguaggio, le istituzioni sono state oltremodo sobrie nel non commentare l’accaduto a carico dei giovani borghesi italiani.
Che conseguenze può avere una tale disparità di trattamento quando lo straniero è sempre l’origine dei mali e gli italiani sono meno colpevoli?





