Caso Abderrahim Fakir a Bologna: le intercettazioni delle bodycam
«Mi stanno per uccidere». Sono queste le ultime parole pronunciate da Abderrahim Fakir, intrappolato sotto il peso di un intervento di polizia che di lì a poco si sarebbe trasformato in una tragedia. A mesi di distanza dai fatti avvenuti nel quartiere Pilastro a Bologna, il deposito della perizia medico-legale e, soprattutto, l'estrazione dei dati dalle bodycam degli agenti hanno spalancato una voragine inquietante su ciò che è accaduto in quei minuti disperati. Non siamo di fronte soltanto a un caso di cronaca giudiziaria da manuale, ma a una brutale interrogazione etica sul senso della divisa, sul valore della vita e sulla deriva di un'umanità che, nei momenti cruciali, sembra smarrire ogni bussola morale.

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La perizia disposta dalla Procura ha confermato ciò che i video lasciavano presagire: lo schiacciamento a terra ha giocato un ruolo concausale determinante nel decesso del quarantaduenne, insieme all'asfissia, a problemi cardiaci e alla presenza di sostanze. Ma se la dinamica fisica restituisce il perimetro clinico della morte, sono i frammenti audio catturati dalle telecamere indossate dai poliziotti a consegnarci la dimensione più agghiacciante della vicenda.
Mentre i soccorritori della Croce Rossa tentavano disperatamente di rianimare Fakir — disteso a terra, ancora imprigionato dalle manette e dalle fascette — le voci dei poliziotti immortalate dai microfoni dipingono un copione a dir poco spaventoso. Frasi come «Se schiatta ci divertiamo» e poi «È schiattato? C...o me ne frega a me» rivelano una deriva disumana che scuote profondamente la coscienza civile. Non c'è soltanto la violenza meccanica, ma l'idea che chi si ha di fronte non sia una persona da proteggere o da arrestare nel rispetto dei diritti costituzionali, ma un corpo estraneo, un “fastidio” di cui liberarsi.
Ci tengo ad evidenziare che le bodycam sono nate e sono state fortemente caldeggiate per garantire trasparenza, tutela e verità sia ai cittadini che agli stessi operatori delle forze dell'ordine, e hanno restituito la nuda realtà di un'agonia consumata sotto gli occhi di tutti, catturando la disperazione di chi invocava aiuto e, in contrapposizione, la desolante banalità del male di chi scherzava sulla morte in arrivo.
L'inchiesta aperta per omicidio colposo, che vede indagati gli agenti e alcuni operatori sanitari, farà il suo corso nelle aule di tribunale. La giustizia stabilirà le responsabilità penali, i confini tecnici tra le condotte e le concause mediche. Ma nessun verdetto potrà cancellare ciò che queste intercettazioni palesano. La morte di Abderrahim Fakir nel cuore di una periferia bolognese ci lascia in eredità un fardello pesante. Ci costringe a guardare in faccia un sistema in cui la compassione sembra essersi esaurita, sostituita da una burocrazia della coercizione che, nei casi peggiori, sfocia nella disumanizzazione. Le forze dell’ordine non possono dimenticare che il monopolio della forza è legittimo solo se temperato dal rispetto assoluto della vita umana. Quando la tutela dell'ordine pubblico smette di riconoscere l'umanità di chi ha di fronte, fino a che punto possiamo considerarci protetti dalle istituzioni?




