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The UK sanctions settlements in the occupied West Bank

4 ore fa
Tempo di lettura: 5 min

Performative politics, or a sign of more sustained pressure against Israel?


The UK foreign minister, Ed Miliband, has announced sanctions on illegal Israeli settlements in the occupied West Bank. In response, the Israeli government decided to close the UK consulate in East Jerusalem, which has transformed a war of words between the two nations into something arguably more tangible.


Historically, British policy towards Israel has fluctuated, as the UK is committed to a position that both Israel and Palestine deserve peace and security, which is perhaps characterised by the intentionally vague language used in the Balfour Declaration in 1917, which began the process of creating ‘a national home for the Jewish people’.


However, since the resumption of conflict between Israel and Palestine, triggered by the Hamas attacks in 2023, Britain’s tone towards the conflict has gone from affirming Israel’s right to defend itself, to advocating for a ceasefire. This change in tone has worsened relations between the two nations, which must have been amplified by the UK formally recognising the State of Palestine in 2025, and by restricting arms exports from the UK to Israel.


The election of the Labour government in 2024, has coincided with more strained relations with Israel. Whether this has been the main catalyst for the deterioration is debatable, especially as the humanitarian situation in the Middle East has dramatically worsened from 2024 onwards, with an estimated 1.9 million people being displaced and over 74,000 casualties in Palestine. The Labour Party, with historic roots in working class activism, and which gains lots of support from diverse urban hubs across the UK, has acted in line with their core beliefs. Since Andy Burnham has become Prime Minister, UK rhetoric has become even more critical, with language such as ‘ethnic cleansing’ and ‘settler terrorists’ being used in recent dialogue between the two. However, Burnham’s change in stance towards Israel, will always butt against the UK being in the geopolitical camp of NATO and in particular being a key ally of the United States of America. Therefore, any words spoken up for the ‘underdog’ Palestine, is always counterbalanced with protecting the two-state solution.


One feels that these actions fall short in stopping the grave humanitarian crisis in the Middle East.  The UK, amongst other nations, have had to tread the geopolitical tightrope of appeasing the US and protecting Ukraine’s sovereignty against Russian aggression. The recent War in Iran will only complicate matters, as the UK is so exposed to global economic shocks, more so than other nations in the G7. This will take much needed political capital away from any response the UK could give towards the situation in Gaza and the West Bank. Moreover, whether the likes of the UK, France and Canada, have enough political power to change the dial within Jerusalem is yet another part of the problem.


Internationally, whether Great Britain’s sanctions will have any impact is optimistic, especially in the world where the the front pages of newspapers has seemingly been dominated by actual warfare, or the shadow of war, for nations such as Taiwan, and even Greenland in recent times. War has become the norm for many people across the world, and therefore this political episode pales against the grim realities that men, women and children face each day in Palestine, and for those that have fled and now face the challenge of rebuilding their lives in foreign lands.


Predictably, these sanctions will likely fade away as the government tackles the cost of living crisis that will inevitably grip the UK across winter. Hopefully, when the summer comes around again the world will be in a more peaceful place.


Ed Miliband - UK Government, CC BY 2.0, via Wikimedia Commons
Ed Miliband - UK Government, CC BY 2.0, via Wikimedia Commons

Il Regno Unito sanziona gli insediamenti israeliani in Cisgiordania


Politica di facciata o segnale di una pressione più duratura nei confronti di Israele?


Il ministro degli Esteri britannico, Ed Miliband, ha annunciato sanzioni nei confronti degli insediamenti israeliani illegali nei territori occupati della Cisgiordania. In risposta, il governo israeliano ha deciso di chiudere il consolato britannico a Gerusalemme, trasformando quella che finora era stata una guerra di parole tra i due Paesi in qualcosa di decisamente più concreto.


Storicamente, la politica britannica nei confronti di Israele ha attraversato diverse fasi. Il Regno Unito si è infatti sempre dichiarato favorevole a una posizione secondo cui tanto Israele quanto la Palestina hanno diritto alla pace e alla sicurezza. Una posizione forse ben rappresentata dal linguaggio volutamente ambiguo utilizzato nella Dichiarazione Balfour del 1917, che diede avvio al processo per la creazione di “una sede nazionale per il popolo ebraico”.


Da quando, però, il conflitto tra Israele e Palestina è ripreso in seguito agli attacchi di Hamas del 2023, il tono della Gran Bretagna è cambiato progressivamente: dal riconoscimento del diritto di Israele a difendersi si è passati alla richiesta di un cessate il fuoco. Un cambiamento che ha inasprito i rapporti tra i due Paesi, soprattutto dopo il riconoscimento formale dello Stato di Palestina da parte del Regno Unito nel 2025 e le restrizioni imposte alle esportazioni di armi britanniche verso Israele.


L'elezione del governo laburista nel 2024 ha inoltre coinciso con un generale deterioramento dei rapporti con Israele. Che sia stata questa la causa principale del cambiamento è tuttavia discutibile, soprattutto considerando che, dal 2024 in poi, la situazione umanitaria nel Medio Oriente è drammaticamente peggiorata, con una stima di 1,9 milioni di persone sfollate e oltre 74.000 vittime in Palestina. Il Partito Laburista, con le sue storiche radici nell'attivismo della classe lavoratrice e il forte sostegno ricevuto dai diversi centri urbani del Regno Unito, ha agito in linea con alcuni dei propri principi fondanti.


Da quando Andy Burnham è diventato Primo Ministro, la retorica britannica si è fatta ancora più critica, arrivando a utilizzare espressioni come “pulizia etnica” e “coloni terroristi” nel recente dialogo tra i due Paesi. Il cambio di posizione di Burnham nei confronti di Israele, però, si scontra inevitabilmente con il fatto che il Regno Unito appartiene al gruppo geopolitico della NATO e, soprattutto, è uno dei principali alleati degli Stati Uniti. Per questo, ogni presa di posizione a favore della “parte più debole”, la Palestina, viene inevitabilmente bilanciata dalla necessità di continuare a sostenere la soluzione dei due Stati.


Viene da chiedersi se queste azioni siano davvero sufficienti a fermare la grave crisi umanitaria in corso. Il Regno Unito, così come altre nazioni, si è trovato costretto a camminare su un sottile filo geopolitico, cercando da un lato di non incrinare i rapporti con gli Stati Uniti e dall'altro di difendere la sovranità dell'Ucraina dall'aggressione russa. La recente guerra in Iran non farà che complicare ulteriormente le cose, soprattutto perché il Regno Unito è particolarmente esposto agli shock economici globali, più di altre nazioni del G7. Tutto questo rischia di sottrarre un capitale politico prezioso a qualsiasi risposta che Londra potrebbe mettere in campo nei confronti della situazione a Gaza e in Cisgiordania.


A questo si aggiunge un'altra questione: il Regno Unito, la Francia e il Canada hanno davvero abbastanza peso politico per riuscire a spostare gli equilibri all'interno di Gerusalemme?


A livello internazionale, pensare che le sanzioni britanniche possano avere un impatto significativo è forse fin troppo ottimistico, soprattutto in un mondo in cui le prime pagine dei giornali sembrano ormai dominate dalla guerra vera e propria, o dalla sua ombra. Basti pensare a Taiwan e, più recentemente, persino alla Groenlandia. La guerra è diventata la normalità per milioni di persone in diverse parti del mondo e, di conseguenza, questo episodio politico appare ben poca cosa rispetto alla drammatica realtà che uomini, donne e bambini palestinesi affrontano ogni giorno. E di fronte alla realtà di chi è riuscito a fuggire, ma ora si trova a dover ricostruire la propria vita in una terra straniera.


Con ogni probabilità, queste sanzioni rischiano di finire presto nel dimenticatoio, mentre il governo britannico dovrà fare i conti con una crisi del costo della vita che, inevitabilmente, tornerà a pesare sul Paese durante l'inverno.


Speriamo che, quando arriverà di nuovo l'estate, il mondo si trovi in un posto un po' più pacifico.

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