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Andy Burnham: Turning point, or much of the same?

Andy Burnham is the latest prime minister to emerge from Britain's political revolving door. Expectations are high, particularly after his success in transforming Greater Manchester into one of the fastest-growing regional economies in the country. Once synonymous with Britain's industrial might and later with its decline, Manchester has become a symbol of regeneration, attracting investment in technology, media and advanced manufacturing. Burnham now faces a far greater challenge: can he succeed where six prime ministers before him failed?


23/07/2026. Harlow, United Kingdom. Prime Minister Andy Burnham visits the Hare pub as the government announces a 20 percent cut in business rates for pubs, clubs and live music venues. Picture by Simon Dawson / No 10 Downing Street - Number 10, CC BY 4.0, via Wikimedia Commons - https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Prime_Minister_Andy_Burnham_visits_the_Hare_pub_(55413690384).jpg
23/07/2026. Harlow, United Kingdom. Prime Minister Andy Burnham visits the Hare pub as the government announces a 20 percent cut in business rates for pubs, clubs and live music venues. Picture by Simon Dawson / No 10 Downing Street - Number 10, CC BY 4.0, via Wikimedia Commons

Britain has endured an extraordinary period of political instability. Six prime ministers in less than a decade is remarkable for a country once known for continuity rather than upheaval. Brexit fundamentally reshaped British politics, dividing the electorate along Leave and Remain lines instead of the traditional Conservative–Labour divide. It also consumed political energy that might otherwise have been directed towards long-standing problems such as housing, productivity, infrastructure and the NHS.


His predecessors leave behind a mixed—and often chaotic—legacy. Theresa May struggled to unite a country divided by Brexit. Boris Johnson's political career ultimately unravelled over Partygate, when gatherings inside Downing Street during Covid restrictions destroyed public trust. Liz Truss lasted just forty-nine days after her "mini-budget" sent financial markets into turmoil—famously failing to outlast a supermarket lettuce. Rishi Sunak restored a degree of stability but could not convince voters that the Conservatives still had answers after more than a decade in office. Sir Keir Starmer promised professionalism and competence, yet his government soon became distracted by controversy surrounding the appointment of Peter Mandelson as ambassador to the United States, while critics argued that he struggled to communicate a compelling vision for Britain's future.


Yet changing leaders does not change Britain's underlying problems. Brexit continues to dominate political debate, but it is the economy that has ultimately determined the fate of almost every recent prime minister. Governments can survive scandals and ideological disputes; they rarely survive when voters feel poorer.


The cost-of-living crisis is felt across the country. My weekly train ticket from Kent to London costs £214. A routine supermarket shop comfortably exceeds £100—made even more expensive when my Italian girlfriend insists that only the finest olive oil, sun-ripened tomatoes and gluten-free taralli will do. Our car insurance has risen by around 80 per cent in five years, while Rupert, our dog, somehow manages to cost £81 a month in insurance alone. Statistics may tell one story, but these are the everyday expenses by which people judge governments.


Burnham inherits difficult public finances. Government debt stands at around 94 per cent of GDP, with billions of pounds spent every month simply servicing that debt—money that cannot be invested in public services, infrastructure or economic growth. Solving Britain's long-standing productivity problem while improving living standards will require far more than political charisma. If there is a money tree, no prime minister has managed to find it.


Even so, Burnham has begun energetically. A cap on bus fares, lower taxes for pubs and rumours of wider tax reforms suggest a government keen to make an immediate impression. The pub tax cut, in particular, demonstrates an understanding of a timeless political truth: Britons are always happier when a pint costs less than they expected.


Whether those early measures translate into long-term success remains to be seen. Burnham's greatest strength has always been his ability to connect with ordinary voters and communicate beyond the Westminster bubble. But governing the United Kingdom is very different from governing Greater Manchester. Britain's structural challenges—weak productivity, high public debt, an ageing population and the lingering consequences of Brexit—cannot be solved overnight.


History suggests that British politics rarely grants new prime ministers much patience. Burnham may prove different. For now, however, the question is not whether he can generate headlines, but whether he can deliver something Britain has lacked for almost a decade: sustained economic growth, rising living standards and a government capable of lasting the distance.


Traduzione a cura di

Lidia Bonomi

con la partecipazione straordinaria dell’Intelligenza Artificiale


Andy Burnham: una svolta o sempre la stessa solfa?


Andy Burnham è l'ultimo primo ministro uscito dalla porta girevole della politica britannica. Le aspettative nei suoi confronti sono elevate, soprattutto dopo il successo ottenuto nella trasformazione di Manchester in una delle economie regionali a più rapida crescita del Paese. Un tempo simbolo della potenza industriale britannica e, successivamente, del suo declino, Manchester è oggi un esempio di rinascita, capace di attrarre investimenti nei settori della tecnologia, dei media e della manifattura avanzata. Burnham si trova ora davanti a una sfida ben più impegnativa: riuscirà laddove sei primi ministri prima di lui hanno fallito?


La Gran Bretagna ha attraversato un periodo di straordinaria instabilità politica. Sei primi ministri in meno di un decennio rappresentano un'anomalia per un Paese un tempo noto per la propria continuità istituzionale più che per gli sconvolgimenti politici. La Brexit ha trasformato profondamente il panorama politico britannico, dividendo l'elettorato tra sostenitori del "Leave" (uscire, lasciare) e del "Remain" (restare), mettendo in secondo piano la tradizionale contrapposizione tra Conservatori e Laburisti. Allo stesso tempo, ha assorbito energie politiche che avrebbero potuto essere dedicate a problemi cronici come la crisi abitativa, la bassa produttività, le infrastrutture e il Servizio Sanitario Nazionale.


I suoi predecessori lasciano un'eredità complessa e, spesso, caotica. Theresa May non è riuscita a ricucire le profonde divisioni provocate dalla Brexit. La carriera politica di Boris Johnson è finita travolta dal "Partygate", lo scandalo delle feste organizzate a Downing Street durante le restrizioni imposte dalla pandemia, compromettendo definitivamente la fiducia dei cittadini. Liz Truss è rimasta in carica appena quarantanove giorni: il suo "mini-budget" ha provocato il caos nei mercati finanziari e l'ha resa protagonista di uno degli episodi più ironici della politica britannica, quando un cespo di lattuga acquistato in un supermercato è riuscito simbolicamente a sopravvivere più a lungo del suo governo. Rishi Sunak ha riportato una certa stabilità, ma non è riuscito a convincere gli elettori che il Partito Conservatore avesse ancora risposte credibili dopo oltre un decennio al potere. Sir Keir Starmer aveva promesso professionalità e competenza, ma il suo governo è stato presto assorbito dalle polemiche legate alla nomina di Peter Mandelson ad ambasciatore negli Stati Uniti, mentre i critici gli rimproveravano l'incapacità di proporre una visione realmente convincente per il futuro del Paese.


Cambiare leader, tuttavia, non significa risolvere i problemi strutturali della Gran Bretagna. La Brexit continua a dominare il dibattito politico, ma è l'economia ad aver determinato il destino di quasi tutti i recenti primi ministri. I governi possono sopravvivere agli scandali e agli scontri ideologici; molto più difficilmente sopravvivono quando i cittadini percepiscono un peggioramento delle proprie condizioni di vita.


La crisi del costo della vita si avverte in tutto il Paese. Il mio abbonamento ferroviario settimanale dal Kent a Londra costa 214 sterline. Una normale spesa al supermercato supera ormai tranquillamente le 100 sterline, anche perché la mia ragazza italiana sostiene che solo il miglior olio d'oliva, pomodori maturati al sole e taralli senza glutine siano degni di entrare nel carrello. Nel frattempo, l'assicurazione della nostra auto è aumentata di circa l'80% negli ultimi cinque anni, mentre Rupert, il nostro cane, riesce nell'impresa di costarci ben 81 sterline al mese solo di assicurazione. Le statistiche raccontano una storia, ma sono queste le spese quotidiane con cui i cittadini giudicano i governi.


Burnham eredita finanze pubbliche tutt'altro che semplici. Il debito pubblico sfiora il 94% del PIL e ogni mese miliardi di sterline vengono impiegati semplicemente per pagare gli interessi sul debito: risorse che non possono essere investite nei servizi pubblici, nelle infrastrutture o nella crescita economica. Risolvere il problema cronico della bassa produttività britannica e, allo stesso tempo, migliorare il tenore di vita richiederà ben più del semplice carisma politico. Se davvero esistesse il fantomatico money tree "albero dei soldi", nessun primo ministro è ancora riuscito a trovarlo.


Nonostante ciò, Burnham ha iniziato il proprio mandato con energia. Il tetto massimo al prezzo dei biglietti degli autobus, la riduzione delle tasse per i pub e le indiscrezioni su una più ampia riforma fiscale lasciano intendere la volontà del nuovo governo di imprimere fin da subito la propria impronta. Il taglio delle imposte sui pub, in particolare, dimostra la comprensione di una verità politica senza tempo: i britannici sono sempre un po' più felici quando una pinta di birra costa meno del previsto.


Resta da vedere se questi primi provvedimenti si tradurranno in un successo duraturo. Il punto di forza di Burnham è sempre stato la capacità di entrare in sintonia con i cittadini comuni e di comunicare al di fuori della cosiddetta "bolla di Westminster". Governare il Regno Unito, però, è ben diverso dall'amministrare la città di Manchester. Le sfide strutturali del Paese – una produttività debole, un elevato debito pubblico, l'invecchiamento della popolazione e le conseguenze ancora persistenti della Brexit – non possono certo essere risolte dall'oggi al domani.


La storia insegna che la politica britannica concede raramente lunghi periodi di grazia ai nuovi primi ministri. Burnham potrebbe rappresentare un'eccezione. Per il momento, però, la vera domanda non è se saprà conquistare i titoli dei giornali, ma se riuscirà a offrire ciò che alla Gran Bretagna manca ormai da quasi un decennio: una crescita economica sostenuta, un miglioramento del tenore di vita e un governo capace di durare nel tempo.

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