Il diritto di dissentire da Israele
Esiste ancora un diritto di dissentire da Israele? Di poter criticare il genocidio palestinese? Di raccontare le atrocità che proseguono nella Striscia di Gaza e in Cisgiordania? Si può inorridire per la violenza vigliacca dei coloni israeliani e denunciarne la brutalità dopo averli visti picchiare anziani e bambini, distruggere case o attaccare anche giornalisti stranieri? Fino a quando non verrà approvato il ddl “antisemitismo”, in Italia è ancora possibile. Anche se si viene guardati con sospetto e, da tempo, tacciati di essere antisemiti.
Chi ricorda la storia prova ribrezzo al solo sentir pronunciare tale aggettivo che evoca i periodi bui di leggi razziali, rastrellamenti, campi di sterminio. Fino a qualche tempo fa i confini dell’antisemitismo erano certamente più netti e spesso facevano parte dell’armamentario ideologico e razzista delle destre estreme o di quella cristianità fanatica che accusava di “deicidio” il popolo ebraico (sebbene la crocifissione sia un passaggio fondamentale nella parabola di fondazione della religione cristiana). Il fronte si è poi ampliato a parte del mondo arabo e della sinistra per ragioni più strettamente legate alla reazione contro il sionismo.
Sebbene basti una breve ricerca per capire che “semita” non sia sinonimo di “ebreo” ma che l’aggettivo comprenda un numero ben più elevato di popolazioni fra Medio Oriente e Corno d’Africa, a molti fa gioco bollare qualsiasi critica al sionismo come attacco all’esistenza del popolo ebraico. Questa tesi errata è la base del ddl che porta la firma di Maurizio Gasparri. Il provvedimento, già approvato in Senato, è in discussione nella Commissione Affari costituzionali della Camera, suscitando numerose polemiche. Accanto alle associazioni che protestano in piazza con Amnesty, Anpi, Arci e la FNSI fra gli altri, le usuali divisioni nel centrosinistra: da un lato è promotore delle denunce sulle violenze a Gaza e, dall’altro, vorrebbe mettere il bavaglio a tali critiche.
A rendere il ddl un vero attacco al diritto di critica, c’è la riproposizione nel testo della definizione di antisemitismo dell’IHRA (International Holocaust Remembrance Alliance) che travalica l’ambito dell’odio razziale e include l’agire politico di Israele, entità che viene fusa con il popolo ebraico stesso.
A dispetto dell’articolo 21 della Costituzione, potrebbe diventare reato scrivere un articolo come questo, la cronaca dai territori occupati, muovere accuse ai ministri Gvir e Smotrich quando sventolano cappi davanti ai prigionieri o festeggiano per la pena di morte contro i palestinesi. Forse anche solo sostenere la colpevolezza di Bibì nella conduzione di certi affari privati poco chiari sarà più difficile.
Per le stesse motivazioni che hanno scritto il ddl, sarà dunque improbabile vedere l’Italia figurare fra i diversi paesi europei che hanno deciso di sanzionare i coloni in Cisgiordania come Regno Unito, Francia, Portogallo, Spagna, Svezia, Danimarca, Finlandia, Islanda, Irlanda, Norvegia e Polonia, insieme al Canada. Così come non sarà possibile sospendere forniture d’armi e collaborazioni con società o istituzioni israeliane coinvolte nel genocidio palestinese. Fino a quando la presunta “amicizia” con il governo israeliano e quello statunitense si dovrà spingere e imporre la censura istituzionale alla coscienza del popolo italiano?





