Milano respinge i patriots: il flop del Remigration Summit
- Possibile Milano

- 20 apr
- Tempo di lettura: 3 min
Aggiornamento: 21 apr
Articolo a cura di
Simonə Migliavacca
Portavoce di Possibile Milano
Il sipario è calato sul Remigration Summit che si è tenuto a Milano lo scorso 18 aprile. Per un giorno, la nostra città — Medaglia d’Oro della Resistenza — ha ospitato i teorici della "sostituzione etnica" e i promotori di una visione del mondo che vorrebbe trasformare l’Europa in una fortezza chiusa.
Come Possibile Milano, lo abbiamo detto prima e lo ribadiamo ora: queste idee non sono semplici opinioni, sono attacchi diretti alla dignità umana e alla nostra Costituzione.
In pochissimi giorni, dal 7 al 15 aprile, la nostra risposta è stata netta. La raccolta firme contro il Summit ha ottenuto circa 1.300 adesioni: un numero estremamente significativo considerando il brevissimo arco temporale e la natura spontanea della mobilitazione.
Non solo Possibile: anche Volt, GEV e Movimento Patto Civico hanno aderito come organizzazioni politiche, dimostrando una comune affinità e sensibilità sul tema. Con rammarico, tuttavia, abbiamo constatato l'assenza — sia in piazza che tra i sottoscrittori della lettera — del Partito Democratico.
Assolutamente contemporanea e fondamentale è stata l’organizzazione dal basso della rete “Milano è migrante”, che ringraziamo per aver composto le tre piazze di protesta.
La proposta di legge sulla "Remigrazione": un'aberrazione giuridica
Uno degli aspetti più inquietanti di questo evento è che l’opinione pubblica è rimasta quasi del tutto all'oscuro della reale portata della proposta di legge sulla "Remigrazione". Si è cercato di far passare il Summit come un semplice convegno identitario, quando in realtà è il trampolino per un progetto legislativo che punta a smantellare i diritti fondamentali.
Il Summit ha promosso un testo di iniziativa popolare che è un vero e proprio manifesto della discriminazione. Tra i punti più critici:
Ritorno integrale allo ius sanguinis: il testo punta a blindare la cittadinanza su basi etnico-biologiche, creando l'assurdo paradosso per cui persone che non hanno mai vissuto in Italia possono ottenerla grazie a un lontano antenato, mentre chi in Italia nasce, cresce e lavora ne resta escluso: un'irragionevolezza giuridica e sociale.
Il "Patto di Remigrazione": un sistema di incentivi per spingere i residenti stranieri a rinunciare definitivamente ai propri diritti in cambio di denaro. Una cinica mercificazione del diritto di soggiorno che colpisce i più vulnerabili.
Espulsioni e sanzioni: la proposta di legge punta a un inasprimento brutale delle revoche della protezione internazionale e introduce l’infamia dei divieti di rientro fino a 10 anni. Non è semplice controllo dei flussi, è una strategia di sradicamento forzato: l'obiettivo è trasformare il permesso di soggiorno in un’arma di ricatto, pronta a colpire chiunque abbia costruito una vita, un lavoro e degli affetti in Italia.
Criminalizzazione del soccorso: ulteriori giri di vite contro le ONG, descritte nel testo come "vettori di instabilità" e trattate alla stregua di nemici dello Stato. Questa visione ignora deliberatamente gli obblighi sanciti dal Diritto del Mare (Convenzione UNCLOS) e il dovere morale di prestare assistenza a chi rischia la vita in mare, trasformando l’attività umanitaria in un bersaglio giudiziario per alimentare la narrazione della "fortezza Europa".
Welfare selettivo: l'idea di un fondo per la natalità riservato esclusivamente agli "italiani di sangue", una visione etnica della cittadinanza che viola palesemente l'articolo 3 della Costituzione.
A queste aberrazioni, si aggiunge anche il decreto sicurezza con l'emendamento che propone l’incentivo agli avvocati, una vera e propria deriva deontologica: la proposta suggerisce meccanismi premiali per i legali che favoriscono le procedure di rimpatrio dei propri assistiti. Si tratta di un'istigazione all'infedele patrocinio, denunciata con forza dal CNF (Consiglio Nazionale Forense) e dalle associazioni dei magistrati: un attacco al diritto di difesa che trasforma l'avvocato da garante del diritto a strumento di propaganda e controllo statale.
E ora?
L’Italia e l’Europa si trovano davanti a un bivio storico: continuare a nascondersi dietro barriere ideologiche fallimentari o assumersi finalmente la propria responsabilità nella società internazionale. Le migrazioni non sono un incidente di percorso, ma un fenomeno globale e strutturale dettato dalle interconnessioni del nostro secolo; pretendere di fermarle con la propaganda significa ignorare deliberatamente la realtà.
L'integrazione è l'unica risposta politica seria. Non è una concessione benevola, ma una necessità strategica per una società che vuole definirsi moderna. Arroccarsi nella retorica della "fortezza" non è solo un atto di viltà, è un suicidio civile che nega il ruolo dell'Italia nel mondo globalizzato. Dobbiamo avere il coraggio di governare questi processi con la forza dei diritti, non con la violenza dei respingimenti.
Il 25 aprile di quest’anno sarà ancora più sentito e noi ci auguriamo possa compattare le forze di sinistra su fronti comuni e, giustamente, radicali.













