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La politica intimidatoria di Meloni: forza, vittimismo e delegittimazione

Anche quest’anno Giorgia Meloni ha scelto di rompere la consuetudine e, visibilmente compiaciuta di aver inaugurato quella che definisce una nuova tradizione, ha tenuto a precisare che la sua è ormai, a pieno titolo, «una conferenza stampa di inizio anno».

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Conferenza stampa del Presidente Meloni tenutasi il 9 Gennaio 2026, presso l'Aula dei Gruppi Parlamentari della Camera dei Deputati, organizzata dal Consiglio nazionale dell’Ordine dei giornalisti in collaborazione con l’Associazione Stampa Parlamentare - Governo.it

Tuttavia, che una nuova prassi si sia effettivamente consolidata è dimostrato dal fatto che, come ormai consueto, l'appuntamento si è rivelato penoso: un evento sempre meno orientato al confronto democratico e sempre più simile a una pura dimostrazione di controllo. La premier non si smentisce affatto, muovendosi in un clima teso e adottando un registro difensivo, a tratti palesemente irritato. Con repliche secche e sguardi rigidi, scandisce un ritmo studiato per non lasciare varchi agli interlocutori. Più che rispondere nel merito, la Presidente del Consiglio delimita il campo, stabilisce d’autorità i confini delle domande e decide cosa sia legittimo discutere, arrivando persino a stabilire chi, tra i giornalisti presenti, debba essere messo in discussione o apertamente delegittimato.

 

Per analizzare a fondo questa strategia, è utile osservare l’uso che la premier fa di due termini specifici. Il primo è "deterrenza", concetto emerso con forza nella risposta data a Tommaso Ciriaco di Repubblica in merito alla differenza tra l'invio di truppe a Gaza e in Ucraina. In quel frangente, Meloni si è cimentata in una vera e propria lezioncina di geopolitica, richiamando persino l’etimologia latina — de terrere, ovvero spaventare — per spiegare che la deterrenza consiste nell'essere abbastanza forti da far desistere il nemico dall’attaccare. «È la forza che costruisce la pace, non la debolezza», ha ribadito. Il termine è tornato più volte nel discorso, evocato anche da Sebastiano Sterpa del TG5 a proposito delle misure contro le baby gang. Sebbene Meloni non abbia usato la parola esatta in quel frangente, la sua risposta ha snocciolato un elenco di misure "dissuasive": arresti in flagranza per minori armati, divieto di vendita online di armi da taglio ai più giovani e sanzioni per i genitori. Per la premier, dunque, la deterrenza è un concetto muscolare di prevenzione: sia che si tratti di confini internazionali o di criminalità urbana, l’obiettivo resta incutere un timore tale da impedire l’azione altrui.

 

L’altro termine di cui la premier abusa, o che quantomeno utilizza in maniera impropria, è riferito al metodo di Donald Trump, da lei definito «molto assertivo». Meloni ha usato questo aggettivo rispondendo ad Andrea Bonini di Sky TG24 riguardo alle mire di Trump sulla Groenlandia e ai timori di un "aggressività neocoloniale" che potrebbe minare la NATO. La premier interpreta l'assertività di Trump non come una reale volontà di invasione militare, ma come uno strumento per mettere in guardia gli attori stranieri: una forma di deterrenza, appunto, volta a spaventare (de terrere). In questa visione, le minacce e i toni aggressivi vengono riabilitati e presentati come semplici segnali politici preventivi per "marcare il territorio". Tuttavia, come osservato da Alessandro De Angelis a Tagadà, l'assertività non è sinonimo di aggressività: «Assertivo è la forza della ragione, aggressivo la ragione della forza». Per Meloni, invece, il termine diventa una comoda copertura linguistica per giustificare la durezza.

 

Questa aggressività è emersa chiaramente nei confronti di alcuni cronisti, come Francesca De Benedetti di Domani. Alla domanda sulle recenti dichiarazioni di Trump secondo cui non avrebbe altri limiti che la propria morale, senza il bisogno dei vincoli del diritto internazionale, sul rapporto Italia-USA, sull'acquisto di gas americano e sull'inchiesta riguardante il capo di gabinetto Gaetano Caputi — che sarebbe stato spiato dai servizi segreti — Meloni ha scelto il contrattacco. Ha evocato un’altra inchiesta del giornale (quella sulla sua abitazione) definendola una menzogna infamante. Quella che potrebbe sembrare una difesa è in realtà un'azione di delegittimazione della giornalista e della testata, utile a neutralizzare preventivamente le domande scomode. Lo stesso schema si è ripetuto con Francesco Cancellato di Fanpage: di fronte a una richiesta di garanzie sul caso Paragon, la premier ha risposto con un vittimismo strategico, svalutando la domanda attraverso il racconto delle intrusioni nella propria vita privata. Questo approccio si estende anche alla magistratura: l’ANM viene accusata di "mistificazioni" e politicizzazione, con i giudici indicati come causa dell’insicurezza nazionale. Il gesto è sempre lo stesso: indicare un ostacolo, delegittimarlo e restringere il campo del confronto.

 

È in questi frangenti che Meloni mostra la sua reale inclinazione e uno spiccato strabismo etico e intellettuale. Ha la faccia tosta di accusare la sinistra di stare dalla "parte sbagliata della storia", sostenendo che difenda il dittatore venezuelano anziché il diritto internazionale. Al contempo, normalizza l’aggressività di Trump, ignorando le conseguenze interne delle sue politiche, come l'azione dell'ICE che ha portato alla morte di cittadini innocenti, tra cui la trentasettenne Renee Nicole Good a Minneapolis. Meloni si vanta persino di aver "totalmente ribaltato" la linea dell'Europa sulla migrazione negli ultimi tre anni. Viene da chiedersi se auspichi una versione europea dell'ICE, pronta a sparare a sangue freddo contro i cittadini dell'Unione.

 

Questa conferenza stampa dunque è stata l’ennesima manifestazione di una precisa strategia della deterrenza, intesa come metodo bruto della forza, non solo da un punto di vista geopolitico. È una forza che intimorisce e intimidisce, volta a inibire il dissenso e le domande scomode. È una politica che vuole spaventare e che viene spacciata per "assertività", sostituendo la legge della giungla alla forza della ragione. Il rischio però è alto. Quando il potere sostituisce la forza al diritto e rompe il patto tra stato e cittadino, il cittadino non resta a guardare, reagisce al gioco con la stessa moneta. Come ricorda Kant, se il sovrano si fa despota imponendo la sua visione di felicità (o per dirla alla Trump: la sua morale), il popolo, che non vuole farsi sottrarre il diritti universale di scegliere autonomamente, si ribella. La storia insegna quale sia l’epilogo di tali dinamiche e i risultati sono già visibili nelle nostre società e nelle nostre piazze che siano italiane, americane o iraniane.

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