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Cosa significa veramente condannare gli scontri di Torino?

Condannare con fermezza gli scontri verificatisi a Torino durante la mobilitazione per Askatasuna significa condannare le inaccettabili aggressioni agli agenti di polizia, tanto quanto gli abusi di potere da parte di questi ultimi: è un atto doveroso, ma non sufficiente. Si rende necessario individuare le cause profonde, rintracciabili in quel "terreno fertile" che ha permesso a infiltrati antagonisti, armati di bastoni e opportune videocamere, di strumentalizzare un corteo pacifico e chiedersi come sia possibile che questi soggetti, spesso già noti alle forze dell'ordine, riescano a inquinare così gravemente una manifestazione e a oscurarne le legittime istanze, quali il rifiuto del riarmo, il diritto all'istruzione e alla sanità, la difesa del potere d'acquisto e il sostegno ai popoli di Palestina e Kurdistan.

Immagine generata con AI
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Sono dell'avviso che questo "terreno fertile" non nasca nel vuoto, ma è alimentato dal clima politico avvelenato che pervade ormai ogni livello del dibattito istituzionale e che, sebbene questo governo di destra non ne sia il solo generatore, con la sua linea politica, non fa nulla per attenuarlo, contribuendo anzi attivamente a esacerbare gli animi.

 

Se una classe dirigente non perde occasione per sminuire i pilastri della nostra Costituzione democratica e antifascista, delegittimando sistematicamente l'opposizione, la stampa libera e non allineata e organi dello Stato come la magistratura; se si fa uso di palchi e reti nazionali, divenute veri e propri megafoni di governo, per martellare con un linguaggio feroce chiunque esprime un dissenso critico, trasformando la difesa dei diritti umani in una colpa da espiare; si finisce per offrire il fianco a una reazione popolare incontrollata. Una reazione che viene esacerbata ulteriormente nel momento in cui l’unica risposta istituzionale che un esecutivo è capace di dare è la crescente contrazione degli spazi pubblici, la riduzione sistematica dei luoghi in cui è possibile esprimersi liberamente, l’utilizzo, con l’alibi della sicurezza, di decreti legge d'urgenza per inasprire pene e limitare libertà. Quando la gestione dell'ordine pubblico diventa azione punitiva, a scapito del dialogo sociale produttivo e della dialettica politica funzionale, è inevitabile che la situazione rischi di sfuggire di mano.

 

Come può inoltre non generarsi un senso di ingiustizia che suscita un inquietante disprezzo verso le istituzioni dello Stato se si gestisce l’ordine pubblico e si utilizza la legalità per colpire esclusivamente i centri sociali di sinistra? Se la motivazione risiedesse davvero nel rispetto della legge e nel contrasto alle occupazioni abusive, lo Stato dovrebbe applicare i medesimi criteri anche a realtà come CasaPound che pure occupano un edificio abusivamente. È impossibile negare che esponenti di tale area abbiano compiuto atti violenti, come dimostrano alcuni video. Eppure il trattamento riservato loro è diametralmente opposto. Anzi, addirittura di accoglienza. Infatti, mentre nelle scuole si paventano liste proscrittive per insegnanti di sinistra e sui social e negli eventi pubblici si impone il silenzio a intellettuali, ad artisti e a cantanti, le porte della Camera dei deputati vengono spalancate ai nostalgici del fascismo, difensori di un regime illiberale, razzista e antisemita, con l’intento di promuovere una raccolta firme sulla "remigrazione", un progetto di rimpatrio forzato di massa che minaccia non solo i migranti irregolari, ma anche i cittadini stranieri regolarmente residenti in Italia.

 

In questo scenario, cosa fa la Presidente del Consiglio? Se, da un lato, solidarizza e fa visita agli agenti feriti a Torino, dall'altro tace di fronte a chi promuove visioni etnocentriche e discriminatorie incompatibili con l'uguaglianza costituzionale e che rischiano di fomentare ulteriori demagogie settarie e foraggiare altri scontri violenti. Da un lato, condanna «la complicità del regime fascista nelle persecuzioni, nei rastrellamenti, nelle deportazioni» quale «pagina buia della storia italiana, sigillata dall’ignominia delle leggi razziali del 1938», dall'altro non prende le distanze da chi osa definire l'antifascismo una "malattia mentale" e “una mafia”. Dimenticandosi che è proprio grazie ai valori antifascisti e alla democrazia che ne è derivata se oggi le è stato possibile ricoprire una delle massime cariche dello Stato, mediante libere elezioni; e che senza il riconoscimento dell'antifascismo come fondamento della Repubblica, e non come arma di esclusione, come lei ha spesso sostenuto, il suo giuramento sulla Costituzione si svuoterebbe di significato. E infine, nel momento in cui una premier è incapace a rinunciare al suo istinto tribale e fazioso e far uso di un linguaggio divisivo e non perde occasione di sfruttare il suo ruolo per criminalizzare le manifestazioni di dissenso e accusare i giudici di lassismo, per mera propaganda politica, non sta facendo altro che rendere lei stessa un'arma di esclusione di massa il principio di maggioranza, abusando del suo potere.

 

Come ha sostenuto il Premio Nobel, Amartya Sen nel suo saggio L’idea di giustizia, una maggioranza inflessibile, che sopprime i diritti delle minoranze, mette in crisi l'essenza stessa di una società democratica. Una democrazia matura deve fondarsi sulla capacità di dibattere pubblicamente senza umiliare o delegittimare l'interlocutore e promuovere valori di tolleranza che non prescindano «dagli orientamenti espressi dalla maggioranza», ma che sappiano includere la voce delle minoranze. «L’azione della demagogia settaria può essere sconfitta solo appoggiando valori di ampio respiro, tali da oltrepassare barriere e contrapposizioni». Se le distinzioni razziali e comunitarie possono diventare facili strumenti nelle mani di chi vuole «fomentare il malcontento e istigare alla violenza», una politica democratica risoluta sarà capace di favorire «una maggiore consapevolezza delle molteplici identità che caratterizzano gli esseri umani» e di garantire, a tal fine, una stampa libera e in buona salute: «Un sistema mediatico attivo e dinamico può giocare una parte estremamente importante, adoperandosi affinché i problemi, le difficoltà e i risvolti umani di determinati gruppi incontrino negli altri maggiore comprensione». In definitiva, conclude Sen: «Il successo della democrazia non dipende soltanto dalla capacità di realizzare la migliore struttura istituzionale concepibile, ma anche dai nostri effettivi modelli di comportamento».

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