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Il richiamo della foresta e l'ombra delle politiche fasciste

In una delle città simbolo dei diritti civili negli Stati Uniti, Minneapolis, divenuta negli ultimi anni il cuore del dibattito sulla giustizia razziale e la violenza di polizia, un uomo è stato ucciso mentre era inerme e disarmato, con solo un telefono in mano. Alex Jeffrey Pretti, infermiere di terapia intensiva di 37 anni, è stato colpito a morte da agenti federali dell’ICE/Border Patrol durante un’operazione legata all’immigrazione. Nonostante la versione ufficiale, le immagini diffuse dai testimoni mostrano una dinamica inquietante: Pretti non impugnava armi, si era avvicinato per aiutare una donna spinta a terra, ma è stato immobilizzato e poi raggiunto da una raffica di colpi. 

Agenti dell'ICE e della Border Patrol su Nicollet Avenue il 24 gennaio 2026. Questo dopo l'omicidio di Alex Pretti, residente di Minneapolis. Pretti è la seconda persona uccisa e la terza colpita da agenti federali a Minneapolis questo mese. Chad Davis, CC BY 4.0, via Wikimedia Commons
Agenti dell'ICE e della Border Patrol su Nicollet Avenue il 24 gennaio 2026. Questo dopo l'omicidio di Alex Pretti, residente di Minneapolis. Pretti è la seconda persona uccisa e la terza colpita da agenti federali a Minneapolis questo mese. Chad Davis, CC BY 4.0, via Wikimedia Commons

Pretti lavorava al Veterans Affairs Medical Center ed era descritto da chiunque lo conoscesse come una persona pacifica, empatica e dedita alla cura degli altri. Nonostante l'assenza di precedenti o profili violenti, alcune voci istituzionali hanno tentato di costruire una narrazione alternativa, dipingendolo come un soggetto aggressivo o un "terrorista domestico", una ricostruzione che però non regge al confronto con i filmati. Sebbene le autorità sostengano che gli agenti abbiano reagito a una minaccia imminente, i video mostrano un uomo a terra circondato da agenti armati che aprono il fuoco. Questa distanza tra il racconto ufficiale e la realtà documentata, che spinge i familiari a chiedere verità e giustizia di fronte a quelle che definiscono palesi menzogne, è diventata una prassi negli Stati Uniti e non solo. Lo stesso si è verificato con l’uccisione, sempre da parte di un agente federale dell’ICE, di Renée Nicole Good, madre, disarmata, solo pochi giorni prima. Anche in quel caso la versione iniziale parlava di una minaccia; anche lì, successive ricostruzioni hanno sollevato dubbi profondissimi sull’uso della forza. Due civili disarmati uccisi in poche settimane, dallo stesso apparato federale: non una coincidenza, ma una strategia.

 

Donald Trump, prima di decidere il ritiro dell’ICE dal Minnesota, di fronte alle proteste e all’indignazione pubblica, ne ha elogiato l’operato come “fenomenale” e ha accusato i Democratici di essere stati causa del “caos” che ha condotto all’uccisione di due innocenti. Una narrazione che contribuisce a creare divisioni profonde nell’opinione pubblica americana, ma che rappresenta anche una linea coerente con la sua visione egocentrica del potere che pone come prioritaria la sua esclusiva moralità, seppure dovesse entrare in attrito con il diritto internazionale e con i diritti civili.

 

Malgrado ciò, la nostra premier ha avuto il coraggio di ribadire, durante il vertice Italia-Germania, il suo augurio che il tycoon americano riceva, un giorno, il Nobel per la Pace. Un augurio che ho trovato alquanto imbarazzante proprio mentre sui social circolavano i video dell’esecuzione a sangue freddo di Alex Pretti. Non conta che Meloni si riferisse al ruolo geopolitico di Trump nella guerra in Ucraina. Ed è altrettanto chiaro che la presidente del consiglio non intenda affatto giustificare l’uccisione di innocenti. Inoltre, non desideriamo certo consigliarle di assaltare i McDonalds. Tuttavia, in quanto cittadini, non possiamo non chiederci come convivano in lei, senza crisi di coscienza alcuna, queste immagini violente e omicide, comprese quelle delle deportazioni di bambini, con la sua speranza di candidare al Nobel per la pace l’uomo che guida quell’apparato?

 

Altrettanto mi chiedo come sia stato possibile permettere la presenza dell’ICE nel quadro della sicurezza delle Olimpiadi Milano-Cortina 2026? O che un ministro di una Repubblica Antifascista, non disdegni di farsi fotografare in compagnia di un neonazista suprematista, xenofobo e (da ciò che leggo) criminale, accolto senza ritegno in un luogo istituzionale che dovrebbe rappresentarci? E suggerire, nel contempo, durante una kermesse, che “Poliziotti e carabinieri devono avere ancora più le mani libere per difendere la nostra e la loro sicurezza. Nel rispetto del codice” (ma fino a un certo punto!)? 

 

Le politiche di questo governo vanno ben oltre la sicurezza dei cittadini, come anche oltre la mera e discutibile fedeltà all’atlantismo o al semplice intrattenere buoni rapporti diplomatici con un alleato. Tutto questo suggerisce una profonda sintonia con un'idea di potere che privilegia l'ordine, la forza e la discrezionalità rispetto alla trasparenza e che è disposta a sacrificare ogni limite imposto dal diritto. Una sintonia che potremmo definire un "richiamo della foresta" e che il filosofo Jason Stanley ha chiamato senza mezzi termini «politiche fasciste», che disumanizzano le minoranze, modificano la realtà condivisa distorcendo il linguaggio degli ideali liberali attraverso la propaganda e promuovendo l’anti-intellettualismo, creano uno stato di irrealtà, promuovono il radicamento di credenze false e pericolose, e usano la retorica dell’ordine e della legge per dividere le persone di una comunità, «assegnando a “noi” la parte di cittadini rispettosi della legge e a “loro”, per contrasto, quella di criminali fuori legge il cui comportamento costituisce una grave minaccia alla virilità della nazione». Di fronte a queste strategie, che hanno condotto all’uccisione di innocenti solo perché dissenzienti, di fronte a una moralità rivendicata come superiore al diritto, resta un ultimo interrogativo fondamentale: siamo davvero disposti ad accettare questo prezzo, a pagarlo e a diventarne complici?

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