Il lato luminoso che non vediamo più
- Lidia Bonomi

- 4 giorni fa
- Tempo di lettura: 3 min
Il nostro cervello è una macchina straordinaria, ma anche terribilmente pigra. Ama le scorciatoie, i percorsi già battuti, le abitudini che non richiedono sforzo. E se l’abitudine diventa quella di vedere il peggio, allora il peggio diventa la lente attraverso cui leggiamo tutto. Vedere il buono in un mondo storto diventa una fatica. Eppure, questo esercizio, questo “compito a casa” è importantissimo e necessario alla sopravvivenza, forse nemmeno solo nostra, ma di tutta la nostra specie.
Negli ultimi anni la tendenza a vedere il peggio è aumentata e non è più solo pessimismo: è un’educazione quotidiana alla negatività. Porta a gravi problemi di salute mentale, soprattutto nei più giovani. Dal 2021, in Italia, c’è stato un aumento del 16% nel numero dei giovani tra i 15 e 29 anni che si sono tolti la vita. La situazione è ancora peggiore nel Regno Unito dove la metà dei ragazzi tra i 17 e 19 anni confessa di praticare autolesionismo e di pensare al suicidio. I giovani di oggi faticano a trovare gli strumenti per, letteralmente, sopravvivere. E sta a noi aiutarli. Ne abbiamo la responsabilità.
Quante volte guardiamo il telefono come se stessimo cercando qualcosa ma troppo spesso troviamo solo un’altra notizia che ci stringe lo stomaco. Il doomscrolling (doom = tragedia, scrolling = scorrere) è diventato un rituale serale, mattutino, a volte persino notturno. E non è un caso: gli algoritmi imparano ciò che ci trattiene sullo schermo e ce ne offrono sempre di più. Se clicchiamo su una notizia tragica, ne arriveranno altre dieci, se leggiamo un commento indignato, l’indignazione diventerà il nostro feed. Se abbiamo paura, questa verrà nutrita da altre fotografie, commenti, notizie. Purtroppo, è così che funzionano le tecnologie di oggi, inclusa l’Intelligenza Artificiale: più cerchiamo ciò che conferma le nostre convinzioni, più ciò che conferma le nostre emozioni cerca noi.
C’è poi un altro fenomeno, più sottovalutato e più inquietante: viviamo traumi che non abbiamo vissuto. Video, foto, testimonianze in tempo reale ci arrivano addosso senza filtri. Il nostro corpo reagisce come se fossimo lì: battito accelerato, tensione muscolare, insonnia. È a tutti gli effetti una forma di PTSD (Post‑Traumatic Stress Disorder) mediato dallo schermo, un’iper-esposizione che ci fa credere che il mondo sia solo ciò che vediamo nel palmo della mano. E quando il corpo si abitua alla negatività, paradossalmente ci si sente “al sicuro”, il dolore diventa la nostra zona di comfort. Un paradosso realissimo nella nostra società.
Nonostante tutto questo però, la realtà continua a sorprenderci. Non quella filtrata dagli algoritmi, ma quella che accade davvero, nelle strade, nelle piazze, nelle scelte quotidiane delle persone.
A Minneapolis, una città spesso percepita come elegante, distante, “posh”, la gente scende in strada, si espone, si prende cura della comunità. A Milano, il sindaco si oppone all’ICE, prende posizione, non si nasconde dietro la burocrazia. Un gesto politico, certo, ma anche umano. In tutto il mondo le persone comuni manifestano, si espongono, non accettano di restare spettatori ma si mobilitano come possono. Centinaia di specie animali in via di estinzione sono curate e salvate ogni anno da organizzazioni ambientaliste e il progresso della medicina e della ricerca continua. Solo che non ne parliamo.
Questi episodi non fanno rumore quanto le tragedie, ma esistono e sono la prova che il mondo non è solo ciò che ci spaventa. Siti come www.buonenotizie.it o www.positive.news raccolgono storie che non fanno tendenza, ma fanno bene.
Se il cervello si abitua alla negatività, può abituarsi anche al suo contrario. Non si tratta di ignorare i problemi, ma di riequilibrare lo sguardo. Quante persone mi dicono: “io ho smesso di leggere le notizie perchè non ce la faccio più”? Forse, anzichè tentare invano di tenere un mondo storto fuori dalla propria vita, possiamo provare ad abbracciare la parte bella del mondo.
Non credo sia solo il vecchio e fastidioso “pensa positivo”, credo ci sia sotto di più. Non è illudersi, ma ricordarsi che il mondo è complesso e cercare attivamente di conoscerlo tutto può essere la sua guarigione definitiva. Se leggiamo sempre le stesse cose, penseremo sempre le stesse cose. Cambiare prospettiva è un atto di igiene mentale, ma anche un tentativo di conservazione della specie.
Insomma, rimanere positivi oggi non è un gesto ingenuo, ma un atto politico. È scegliere di non lasciare che siano gli algoritmi a decidere cosa pensiamo del mondo. È ricordarsi che, nonostante tutto, le persone continuano a muoversi, a provare compassione, a proteggersi a vicenda.
La negatività è facile, immediata, a portata di pollice. La fiducia, invece, richiede coraggio ma è proprio questo che la rende così profondamente umana.





