Cosa fare quando il mondo finisce
Ricordo in maniera assai limpida la prima lezione di filosofia teoretica della magistrale. La professoressa entra in aula, prende un pennarello e scrive a chiare lettere sulla lavagna: “ARTE E TECNICA”. Poi cerchia la “E”. Prima di cominciare a parlare, appunto, del rapporto fra arte e tecnica in Martin Heidegger, ci dice soltanto di tener bene a mente quella “E”.

Una delle letture obbligatorie per quel corso era “L’indicazione”, breve testo di appunti che anticipa i temi della celebre conferenza “La questione della tecnica”, tenuta da Heidegger nel 1953 presso l’Auditorium Maximum della Technische Hochschule di Monaco di Baviera. Ne “L’indicazione” il filosofo tedesco, riflettendo sull’avvento distruttivo e sregolato della tecnica, ci pone di fronte a un’idea tanto difficile da accettare, quanto reale: il terrificante è già accaduto. Il terrificante, spiega, non è l’esplosione della bomba atomica (Heidegger scrive quando essa rappresentava solo una minaccia) e nemmeno i suoi possibili effetti. Terrificante è il processo che non solo ha portato a produrre questo strumento pericoloso per l’intera umanità, ma che, soprattutto, ha permesso anche soltanto immaginare di poterlo creare. Terrificante è, dunque, il fatto che l’uomo si sia fidato ciecamente della scienza, della tecnica, o della tecnologia diremmo oggi, tanto da poterle affidare la vita, e la morte, dei suoi stessi simili. L’arma di distruzione di massa che questa religione della scienza ha generato è soltanto un effetto collaterale.
Stabilire che il terrificante è già accaduto vuol dire accettare che il mondo, almeno il mondo come lo si conosceva, è finito. Heidegger ne è consapevole ed infatti dedica vari scritti alla comprensione di questa nuova realtà ipertecnologizzata. Nel già citato Saggio sulla questione della tecnica, ad esempio, sostiene che il vero pericolo per l’uomo è rappresentato dall’essenza stessa della tecnica, cioè dall’imposizione. Ma, come insegna Hölderlin, «là dove c’è il pericolo cresce anche ciò che salva». Bisogna, dunque, concentrarsi su quel “cresce”. Non pensare che la salvezza sia a portata di mano, ma coltivarla. Nell’età della tecnica, dove si mostra la salvezza? Nell’arte, suggerisce Heidegger. Ecco che si comprende l’importanza di quella “e”. Saremmo naturalmente portati a dividere l’arte dalla tecnica, a considerarli come ambiti completamente opposti. Arte O tecnica. Ed invece è sulla “E” che bisogna sostare. È nella “E” che cresce ciò che salva.
Il mondo sembra finire sotto i nostri occhi. O forse è già finito. Ci troviamo in quello che Zizek definisce il “punto zero”. Il punto zero è il punto più basso, il posto in cui non si può più evitare la disperazione che impregna la nostra società. Il punto zero, però, è anche un luogo di rigenerazione, la base da cui darsi la spinta per risalire. Dal “punto zero”, e dal senso di frustrazione che esso genera, non si può sfuggire. Il “punto zero”, difatti, non può essere cancellato, solo rimandato. La soluzione è, quindi, affrontare il punto zero, vivere lo smarrimento e lo sconforto del nostro tempo senza cercare via di uscita alternative. Partendo da questa condizione di pericolo, dalle macerie di un mondo ormai distrutto, si potranno trovare gli strumenti per risollevarsi.




