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L’equilibrio dei contrari. Filosofia dell’equinozio d’autunno

5 ore fa
Tempo di lettura: 3 min

Articolo di Francesco Luigi Gallo

Martin Heidegger amava ricordare che la filosofia è «nata grande». L’espressione, riferita al pensiero dei primi filosofi greci, conserva ancora oggi qualcosa di profondamente vero. Prima che la filosofia diventasse disciplina, sistema, specializzazione del sapere, essa fu infatti stupore dinanzi alla natura e tentativo radicale di comprenderne l’ordine. I Greci guardarono il cielo, il movimento degli astri, il succedersi delle stagioni, la nascita e la morte, e intuirono che dietro la molteplicità delle cose doveva agire un principio capace di rendere intelligibile il divenire. Soprattutto compresero un’idea destinata ad attraversare l’intera storia del pensiero occidentale: il cosmo non vive nonostante la tensione dei contrari, ma precisamente grazie ad essa.

 

Il tramonto, noto anche come calar del sole, è la scomparsa quotidiana del Sole sotto l'orizzonte a causa della rotazione terrestre. Vista dall'Equatore, il Sole all'equinozio tramonta esattamente a ovest sia in Primavera che in Autunno. Vista dalle latitudini medie, il Sole estivo locale tramonta a sud-ovest per l'Emisfero Nord, ma a nord-ovest per l'Emisfero Sud - Sundaram Perumal, CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons
Il tramonto, noto anche come calar del sole, è la scomparsa quotidiana del Sole sotto l'orizzonte a causa della rotazione terrestre. Vista dall'Equatore, il Sole all'equinozio tramonta esattamente a ovest sia in Primavera che in Autunno. Vista dalle latitudini medie, il Sole estivo locale tramonta a sud-ovest per l'Emisfero Nord, ma a nord-ovest per l'Emisfero Sud - Sundaram Perumal, CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons

L’equinozio d’autunno rende questa intuizione quasi visibile. Per un breve momento dell’anno, luce e oscurità raggiungono una condizione di equilibrio: il giorno e la notte si misurano, nessuno dei due sembra poter rivendicare una definitiva supremazia. Ma proprio questo equilibrio non è statico. È una soglia, un istante all’interno di un movimento più grande. Dal giorno successivo, nell’emisfero boreale, la notte comincerà lentamente a prevalere sulla luce, fino a quando il ciclo cosmico condurrà nuovamente verso il movimento opposto. L’equinozio mostra così che l’equilibrio della natura non coincide con l’immobilità, ma nasce da una tensione continuamente rinnovata.

 

Nessuno forse comprese questa verità con maggiore potenza immaginativa di Empedocle. Per il filosofo di Agrigento, i quattro elementi – terra, acqua, aria e fuoco – sono eterni, ma vengono incessantemente aggregati e separati dall’azione di due forze cosmiche contrarie: Philía, l’Amore, e Neîkos, la Contesa. Quando l’Amore domina completamente, ogni differenza viene assorbita nell’unità perfetta dello Sfero; quando invece prevale integralmente la Contesa, gli elementi raggiungono la massima separazione. Eppure nessuno dei due estremi costituisce propriamente il luogo della vita. La vita appare nelle fasi intermedie del ciclo, là dove unione e separazione, identità e differenza, attrazione e opposizione entrano in relazione.

 

È questa, forse, una delle intuizioni più affascinanti lasciateci dalla filosofia antica: la perfezione assoluta può essere sterile quanto la separazione assoluta. Se tutto fosse definitivamente uno, non vi sarebbe relazione, perché non esisterebbe più alcuna alterità; se tutto fosse definitivamente separato, la relazione sarebbe ugualmente impossibile, perché nulla potrebbe più incontrare altro da sé. La vita abita invece lo spazio intermedio. Essa nasce dalla distanza che non diventa estraneità e dall’unione che non cancella la differenza.

 

L’equinozio d’autunno può allora essere contemplato come una rappresentazione cosmica di questa antichissima sapienza. Luce e tenebra non sono semplicemente nemiche. Hanno bisogno l’una dell’altra perché possa esistere il ritmo. Il giorno assoluto sarebbe sterile quanto una notte interminabile; una stagione perpetua cancellerebbe il significato stesso delle stagioni. Il cosmo vive perché nulla può arrestarsi definitivamente nella propria vittoria.

 

Qui la cosmologia dei primi Greci diventa anche antropologia. L’esistenza umana conosce continuamente la medesima tensione: parola e silenzio, vicinanza e distanza, attività e riposo, memoria e oblio, sicurezza e rischio. La maturità non consiste necessariamente nel sopprimere uno dei due poli, ma nell’imparare a custodirne la feconda tensione. Ogni volta che un principio pretende di occupare l’intero spazio dell’esistenza, ciò che inizialmente appariva come forza può trasformarsi nella propria degenerazione.

 

L’autunno, allora, non annuncia semplicemente la diminuzione della luce. Ci ricorda qualcosa di più profondo: la vita non coincide con la vittoria definitiva di un principio, ma con il ritmo generato dalla relazione tra ciò che si oppone. L’equinozio dura un istante, ma proprio quell’istante rende visibile la legge del ciclo. La natura sembra arrestarsi sulla soglia soltanto per mostrarci che non può rimanervi. E forse proprio in questo risiede la sua più antica lezione filosofica: non siamo vivi perché abbiamo sconfitto il contrario, ma perché continuiamo, incessantemente, a misurarci con esso.


Francesco Luigi Gallo, Ph.D.


Dottore di ricerca in Filosofia

Sito web: www.francescoluigigallo.it

Email: francescoluigigallo1@gmail.com


© RIPRODUZIONE RISERVATA

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