L’impossibilità della ribellione delle proteste liceali franco-italiane
Articolo di M. Agostini
«Una rivoluzione non è altro che la sostituzione di un dato tipo di Autorità con un altro.»
Alexandre Kojève
Tutto ha inizio il 21 settembre 2026 al liceo Saint-Exupéry di Créteil. Gli studenti bloccano gli ingressi per denunciare carenza di insegnanti, classi sovraffollate e edifici degradati. In pochi giorni il movimento si estende: a inizio ottobre risultano coinvolti oltre trecento istituti, poi quasi milleottocento su tremilasettecento. Il 6 ottobre scendono in piazza tra le duecentocinquantamila e le quattrocentocinquantamila persone. A Parigi ci sono scontri, a Strasburgo barricate. I fermati superano i millesettecento, il novanta per cento minorenni. Il governo sospende le lezioni, annuncia supplenti, tenta di contenere. Parallelamente l’eco arriva in Italia. Dal 5 ottobre si occupano scuole a Torino, poi a Roma, Napoli, Bologna. Lo slogan è netto: «facciamo come in Francia». Si parla di sciopero internazionale per il 20 novembre. La cronaca sembra quella di un’insurrezione generazionale. In realtà è la conferma di una sconfitta già scritta.

Jacques Camatte aveva già smontato questo tipo di eventi all’indomani del Sessantotto. Il movimento studentesco, per quanto rumoroso, restava privo di qualsiasi appoggio proletario reale. Il proletariato era stato addomesticato, ridotto a componente della comunità materiale del capitale. Ogni lotta che non spezzasse questa integrazione finiva per rafforzare il sistema: «più lottiamo contro il capitale, più esso si rafforza». Le proteste del 2026 ripetono esattamente questo schema. Gli studenti francesi e italiani denunciano i sintomi della scuola azienda, ma restano all’interno del linguaggio della richiesta. Non c’è un soggetto di classe che li sostenga. Ci sono reti associative, sindacati, qualche genitore solidale. Il capitale non viene scosso. Viene, al contrario, messo nelle condizioni di rispondere con qualche cattedra in più e qualche riparazione edilizia, riconfermando la propria capacità di metabolizzare il dissenso.
Kojève offre la chiave definitiva. Se la rivoluzione consiste nella sostituzione di un’autorità con un’altra, queste giornate non sono rivoluzionarie nemmeno nella forma. Non producono un nuovo ordine. Chiedono che l’ordine esistente funzioni meglio. Non c’è lotta a morte per il riconoscimento, non c’è terrore che dissolva la società precedente. C’è solo la richiesta di un riconoscimento parziale all’interno della stessa macchina. Kojève aveva liquidato il Maggio francese come buffonata proprio perché privo di sangue e di vera negazione. Le occupazioni del 2026 sono la versione aggiornata di quella buffonata: spettacolo di rabbia senza potenza, cronaca di un conflitto che non può più diventare storico.
Qui si annida l’hauntologia. Le proteste non inventano nulla. Riattivano gesti, slogan, estetici di un passato che non riesce più a diventare presente. I cortei, i blocchi, le barricate sono spettri. La gioventù protesta come se stesse ancora combattendo il medesimo nemico di cinquant’anni fa, mentre il nemico ha già colonizzato il linguaggio stesso della protesta. Non esiste un fuori. Esiste solo la ripetizione. Camatte aveva ragione: l’umanità è stata addomesticata. Kojève aveva ragione: la storia, almeno nella sua forma rivoluzionaria, è finita. E le scuole occupate di Francia e Italia non sono altro che il luogo in cui questa fine si mette in scena, ancora una volta, senza possibilità di esito diverso.



