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Apologia di Sigfrido

Quello che è avvenuto a voi, Ateniesi, in udire i miei accusatori, non so; ma io, per cagion loro, poco meno mi dimenticai di me stesso, così parlarono persuasivamente: benché, se ho a dire, essi non han detto nulla di vero. Ma delle molte loro menzogne ne ammirai massimamente una, questa: dissero che a voi bene conveniva guardarvi non foste tratti da me in inganno, perciò che sono terribile dicitore.


La morte di Socrate di Jacques-Louis David e foto di Sigfrido Ranucci (ArezzoTV, CC BY 3.0, via Wikimedia Commons) modificate.
La morte di Socrate di Jacques-Louis David e foto di Sigfrido Ranucci (ArezzoTV, CC BY 3.0, via Wikimedia Commons) modificate.

Questo incipit è tratto da “L’Apologia di Socrate”. È il celebre scritto con cui un giovane Platone riporta alcuni degli accadimenti del processo contro il suo maestro. Questo editoriale sarà insolito rispetto ad altri perché declinato in prima persona e basato su personali (quanto arbitrarie) interpretazioni dell’indole di una persona che non conosco se non come figura mediatica. Uno scritto apologetico ma non cieco.


Non sono certo un novello Platone né Ranucci il Socrate dei nostri giorni, salvo il suo essere pungolo di una certa parte della società. Come “tafano” si definiva Socrate nel punzecchiare il cavallo stanco della democrazia ateniese. Possiamo definire la democrazia italiana un destriero una volta fiero a cui più volte hanno bastonato le zampe e che a più riprese fatica anche a camminare. Ecco, oggi questa descrizione sembra calzante. Ranucci può aver fatto da insetto molesto. Se non ha fatto realmente ravvivare e riprendere la marcia all’animale ferito, gli ha permesso quanto meno di rialzare la testa e scrollarsi qualche parassita di troppo.


Occorre precisare che, per sintesi e retorica, nel nome Ranucci, in più riprese si allude a tutta la redazione di Report in un’ingiusta quanto forse naturale sintesi monocratica di un collettivo. Ma, d’altronde, si processa Ranucci per colpire, decapitare e far crollare tutto il resto del corpo di Report.


Ulteriore precisazione che probabilmente andava fatta all’inizio. Come oramai ci ha abituati la narrazione della guerra fra Russia e Ucraina, in campo ci sono un aggressore e un aggredito. A Ranucci spetta il ruolo di vittima inconsapevole dell’“amico suo”. Come sempre accade, la vittima subisce anche la violenza secondaria della riprovazione seguente all’accusa di ingenuità. La prima macchia. Non è una questione penale, Ranucci non ha commesso un reato ma “si è fatto fregare”, come se non fosse parte lesa ma avesse meritato l’inganno.


A questa premessa segue il giudizio sul professionista, “il giornalista che ha accusato tanti potenti non ha avuto l’acume nel valutare i suoi rapporti personali”. Risulta chiaro che una simile concatenazione di affermazioni vuole indebolire la presa di Sigfrido sull’opinione pubblica soprattutto alla luce del fatto che le accuse le formulino in maniera serrata i giornali vicini al governo e gli stessi partiti di destra.


Nella trama, il ruolo dell’aggressore è quello di Lavitola, un faccendiere salernitano che spunta in numerose vicende in cui la politica s’intorbidisce in losco complotto. C’era lui dietro un tentativo di estorsione al cavalier Mediaset sullo sfondo dell’ennesima prurigine da tenere nascosta. Lui nel mercato degli “onorevoli” per far cadere il governo Prodi. Lui anche quando si sono politicamente sbarazzati di Fini con l’affare immobiliare di Montecarlo (un altro personaggio fregato da una persona molto vicina).


La seconda macchia, più grande ed estesa secondo l’accusa della polizia morale della destra, è che Ranucci si sia fatto (ingenuamente) indirizzare dalle tracce lasciate ad arte da Lavitola. L’ipotesi, che si sta cercando di accertare fra le altre, è che le inchieste di Report possano essere state pilotate a seconda delle trame occulte del faccendiere. Anche in questo caso, l’intento sotteso è quello di smontare pezzo per pezzo la corazzata della redazione, spogliarla di autorevolezza e rendere tutto il frutto di una volontà politica più che della ricerca di verità. Da questo punto di vista, passa per un momento in secondo piano il polverone sollevato dall’attentato dinamitardo per accreditare Ranucci come figura politica e Lavitola come eminenza grigia e suo manovratore occulto. Un tentativo goffo, esagerato, molto rischioso. Ma la verità giudiziaria non è certo materia di un editoriale.


Riflettiamo un attimo. Le truffe alle finanze pubbliche scoperte dalla redazione di Repòrt ora perdono la loro gravità? Gli accertamenti sul progetto del ponte di Messina non sono necessari dopo questa vicenda? Le inchieste sui fondi PNRR, sui PFAS, sulle mascherine del COVID, sulle bancarotte di società legate a politici, sulla mafia lombarda, una volta accertate, sono realtà meno rilevanti perché Ranucci “si è fatto fare fesso dall’amico suo”?


Arrivo quindi alla mia personale interpretazione. Perché Ranucci si è fidato di una figura nota per aver “messo nei guai” (a voler essere gentili) tanti altri? Al di là delle presunte capacità manipolatorie di Lavitola, penso che la solitudine sia la condizione comune di questi due protagonisti. Ranucci, pur se attorniato dalla famiglia, dalla redazione e dall’affetto dei suoi sostenitori, potrebbe essere stato sospeso nel vuoto relazionale. Sentire il peso di aver condizionato i rapporti parentali, non vivere appieno le amicizie in un contesto lavorativo, essere tenuto alla larga perché “appestato” agli occhi di tanti potenti. Anche gli uomini della scorta ti sono vicini, ti salvano la vita, magari conosci i nomi dei loro figli, ma resta pur sempre roba del lavoro. Una solitudine in cui annaspi quando non galleggi.


Lavitola è altrettanto solo, ma in una dimensione voluta per mantenersi sfuggente a ogni presa. È colui che scende nelle fogne degli affari per tornarne fuori con informazioni preziose e attendibili perché è una persona che le usa prima di tutto a suo vantaggio. Abbraccia la solitudine dell’opportunista che vive di rapporti utilitari. Anche Lavitola ha un vissuto giornalistico, la ricerca della notizia, con tempi, linguaggio, modi forse simili ma finalità decisamente opposte a quelle di Ranucci.


Le solitudini dei reietti si sono incontrate (in modo di sicuro poco casuale) creando delle improbabili alleanze. Report aveva bisogno di fonti e documenti invisibili ai più. Lavitola forse di mandare messaggi o far scrollare da un cavallo stanco un po’ dei tanti parassiti che non gradiva. In quest’area grigia si muovono le accuse più disparate che stiamo sentendo.


Sigfrido non deve bere nessuna cicuta, nemmeno metaforica. Il disvelamento del malaffare non è certo un’empietà, così come non lo era l’azione maieutica di Socrate. Concludo con le sue parole: “Ma dovete sperar bene anche voi, o giudici, in cospetto alla morte: e, se non altro, credere per vero solo questo: che a colui che è buono non accade male alcuno, né vivo né morto.


Che gli dei ti assistano, Sigfrido.

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