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Altro che dittatura woke: la vera "cancel culture" dura da secoli

È sorprendente che chi critica il woke sostenga che Omero o Cicerone siano intoccabili e non criticabili. Ma è così che funziona il meccanismo della cultura dominante, no? Utile soprattutto se serve un gancio per aprire una battaglia elettorale.

 

La dittatura del politicamente corretto e lo spauracchio della cancel culture sono oramai le formule allarmate che saturano un dibattito in cui fanno comunella conservatori pronti a difendere la tradizione e progressisti preoccupati della libertà di parola o del fatto che difendere i diritti identitari significhi mettere da parte quelli sociali.

 

Si teme un asterisco e una schwa, ci si scandalizza per la scelta di un'attrice nera come Ariel in un film Disney o per la riscrittura di qualche classico letterario, ma si dimentica che poesie come quelle di Saffo sono giunte a noi solo in frammenti per via delle distruzioni decretate da poteri forti e che per troppo tempo scrivere libri o cantare su amori omosessuali abbia significato essere esclusi dal mercato di massa e non guadagnare. Dunque è necessario alzare lo sguardo da queste patetiche discussioni e ipocrite indignazioni e cogliere una realtà più profonda, segnata da un'asimmetria storica che ridefinisce la questione e mostra come lo scontro culturale sia sempre stato legato anche alla spartizione delle risorse materiali.

 

Si etichetta come dittatura woke ciò che è stata una sana e giusta reazione a secoli di vera cancellazione autoritaria, istituzionale e spietata, che non ha riguardato solo i simboli ma le condizioni materiali della vita. Per generazioni, la cultura eterocisgender, bianca e maschile ha imposto un unico canone universale, difendendosi con leggi, censure e violenze per togliere spazio e lavoro a chi non era allineato. Chi accusa le minoranze di autoritarismo trascura deliberatamente e disonestamente il fatto che per secoli una “normalità” calata dall’alto sia stata protetta imponendo il silenzio con brutali strumenti di esclusione, anche salariale.

 

Questa epurazione invisibile ha costretto scrittrici immense come Mary Ann Evans, le sorelle Brontë o Amantine Dupin a usare pseudonimi maschili per pubblicare, perché il mercato non avrebbe accettato il genio femminile. Poeti come Oscar Wilde subirono i lavori forzati per la propria omosessualità, Walt Whitman affrontò censure devastanti. Una censura che si è tradotta spesso in un'autocensura soffocante. Bram Stoker espunse da Dracula i riferimenti omoerotici temendo la sorte di Wilde. Le fiabe di Andersen, a partire dalla Sirenetta, erano strazianti biografie in codice di amori impossibili per altri uomini. E.M. Forster impose la pubblicazione postuma di Maurice per evitare la prigione, così come Umberto Saba nascose per tutta la vita il romanzo Ernesto. Aldo Palazzeschi scelse il velo ironico, mentre Pasolini affrontò numerosi processi volti a distruggerlo civilmente, oltre all’espulsione dal partito comunista.

 

Persino Hollywood e il mondo dello spettacolo hanno blindato un monopolio economico. Fino agli anni ‘60 il Codice Hays vietò nel cinema l'omosessualità e le relazioni interrazziali, negando contratti agli artisti non allineati. Nel 1940 Hattie McDaniel, la prima afroamericana a vincere l'Oscar per Via col vento, non solo durante la premiazione fu relegata in fondo alla sala per la segregazione, ma subì una pesante e ingiusta disparità salariale rispetto ai colleghi bianchi. Pellicole come Colazione da Tiffany (1961) normalizzavano lo yellowface con la caricatura grottesca del signor Yunioshi, affidata a un attore bianco truccato, sottraendo ruoli e opportunità lavorative ad artisti asiatici.

 

La televisione pop ha perpetuato queste barriere. Mi ha sempre colpito come, in serie tv quali Bones, Lucifer, Castle, i protagonisti, che fossero donne emancipate, figure mitologiche edonistiche o scrittori irriverenti, finissero sempre allo stesso modo: con relazioni monogame eterosessuali. Se c’erano relazioni omosessuali erano parentesi transitorie prima del ritorno all’eteronormatività. Per carità, liberissimi di sviluppare la trama come si vuole. Non mi si parli però di eccessi o forzature woke se in seguito sono state realizzate serie tv decisamente più inclusive.

 

Anche in questo caso bisogna chiedersi se il tutto non fosse commerciale e funzionale al mercato di massa. E se escludere le minoranze da cinema e pop culture, oltre a una questione di rappresentanza, non abbia significato la loro esclusione dal mercato del lavoro. Pensiamo ad amatissimi capolavori come Friends o Sex and the City, ambientati in una città multietnica, eppure con cast interamente bianchi ed etero. Non si blindavano così contratti e royalties all'interno di una cerchia ristretta?

 

Davanti a questa immane cancellazione, lo sconcerto per le rivendicazioni odierne appare ridicolo. È bastato che le minoranze si svegliassero negli ultimi “cinque minuti di storia” per reclamare dignità, risorse e lavoro, perché il maschio bianco etero – forte di secoli di dominio e privilegi – gridasse subito alla dittatura woke. Questa sì che è una reazione spropositata, di chi vuole difendere un monopolio anche economico che vede scricchiolare e ha occupato la totalità dello spazio percependo una minima perdita come una privazione violenta e dolorosa.

 

È invece di vitale importanza non disperdere la rabbia delle minoranze, vanificando le lotte contro l’invisibilizzazione e la compressione materiale durate troppo a lungo. Affinché non si imponga loro un nuovo silenzio, bisogna sottrarle dalla cattura delle élite.

 

Pensatori come Angela Davis, Cornel West e Olúfẹ́mi Táíwò ci hanno spiegato che il capitalismo neoliberista adora fagocitare e digerire le lotte identitarie trasformandole in vuoto marketing aziendale. Il rainbow washing delle multinazionali serve a ripulire le immagini societarie senza cambiare i reali rapporti economici o migliorare i salari dei lavoratori. La vera sfida consiste nel superare il falso dilemma che contrappone i diritti civili a quelli sociali. Il capitalismo globale è storicamente un capitalismo razziale che prospera dividendo la classe lavoratrice. Essere woke significa essere consapevoli di queste ingiustizie specifiche, comprendere che le discriminazioni di genere, razza e classe sono collegate. L'antirazzismo e l'antisessismo sono le fondamenta di una solidarietà universale. Il woke può essere il collante indispensabile per unire la maggioranza in una lotta comune per la redistribuzione delle risorse, sanità pubblica e opportunità di lavoro, con salari dignitosi, trasformando la liberazione culturale in forza collettiva.



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