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È forse il mio incauto amarti un sacrilegio? L'Omosessualità “ascosa” in Umberto Saba

O tu che contro me vecchio nel fiore

dei tuoi anni ti levi, occhi che all'ira

fiammeggiano più nostra come stella,

bocca che ai baci dati e ricevuti

armonizzi parole, è forse il mio

incauto amarti un sacrilegio? Or questo

è fra me e Dio

 

Alto cielo! Mio bel splendente amore!

 

In questa poesia, Angelo, tratta dal Canzoniere, Umberto Saba (1883-1957) esprime una delle confessioni più limpide della letteratura italiana del Novecento: l'incauto amore. Ed è proprio con l'autore triestino che deve iniziare chiunque voglia esplorare l’universo della letteratura omoerotica del secolo scorso, da intendersi non come cronaca di "poveri diavoli", ma come un ethos multiforme fatto di arte, rivendicazioni e una portata culturale inestimabile.


Un ritratto di Umberto Saba, nascosto dietro a un albero mentre spia un ragazzo passeggiare per le strade di Trieste - https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Photo_Portrait_of_the_Italian_poet_Umberto_Saba_in_Trieste_1950_-_Touring_Club_Italiano_11_5518.jpg
Ritratto del poeta italiano Umberto Saba a Trieste - Touring Club Italiano, CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons

Della vita privata di Saba sappiamo paradossalmente poco, nonostante la sua opera sia una costante ricostruzione autobiografica. Tuttavia, come osserva Francesco Gnerre, in Eroe Negato, non si possono ignorare i numerosi ragazzi che popolano i suoi versi fin dal 1911. In quelle righe emerge un “pensiero che non dici, ascoso”, un desiderio fatto di allusioni e riferimenti vaghi che solo un occhio attento può percepire attraverso quelli che Mario Lavagetto, nel suo contributo introduttivo a Tutte le poesie di Saba, definisce “minuscoli e numerosissimi clic”, qualcosa da indovinare sotto la superficie delle parole.

 

La chiave interpretativa di questa omosessualità "ascosa" ci viene offerta dal suo romanzo postumo, Ernesto, scritto nel 1953 ma rimasto incompiuto. Saba stesso impose alla figlia e agli amici di non pubblicarlo, chiedendo di tenerlo in cassetti “chiusi a chiave, e le chiavi in vostre mani”.

 

Questo sistema di autocensura è comune a molti autori del tempo, come ho già ricordato nel mio articolo precedente. Lo scrittore inglese Edward M. scrisse Maurice nel 1913, ma l'opera vide la luce solo dopo la sua morte nel 1971. In quell’occasione, Pier Paolo Pasolini osservò che i capolavori pubblicati in ritardo faticano ad “agire” sulle coscienze, definendo il differimento di Forster un “errore morale” oltre che “pratico”. «Ma queste son chiacchiere, che hanno valore solo se suonano come esasperata condanna della società puritana che ha obbligato Forster ad un atto di viltà (lui così meravigliosamente coraggioso e lucido». Forse però Pasolini parlava anche di se stesso, come inatti ci ricorda Gnerre, anche lui «abbandona in un cassetto le opere di ispirazione autobiografica legate all’omosessualità degli anni Quaranta, che abbiamo letto solo negli anni Ottanta se non alle soglie del Duemila.»

 

È noto che la storia non si fa con i se e con i ma, bisogna tuttavia chiederci cosa sarebbe accaduto, nella percezione del pubblico di lettori e lettrici, se la pubblicazione dell’Ernesto di Saba fosse avvenuta nel corso degli anni ‘50, anziché dopo la morte nel 1975. Avremmo, forse, anticipato di vent’anni la conoscenza del protagonista, un adolescente, pieno di vita, disponibile verso 'il mondo meraviglioso', immune da certi tabù che hanno il potere di trasformare le realtà naturali in mostruosità. È possibile che sarebbe stata nostra la rottura delle barriere che si rende visibili nelle relazioni di Ernesto, soprattutto in quella che lui, figlio di borghesi di Trieste, intrattiene con un operaio della sua stessa ditta. Memorabile è il dialogo in cui, alla domanda dell'uomo su cosa gli piacerebbe fare, Ernesto risponde con tranquilla innocenza: “Mettermelo in culo”. Questa crudezza espressiva, che inizialmente spaventa l'operaio, rappresenta il vero "stile" di Saba: la capacità di giungere al cuore delle cose senza perifrasi, superando ogni inibizione. È quella che Lavagetto chiama la “parabola dell’anomalia poetica, della sua irriducibilità alla norma”. Questa irriducibilità non sarebbe forse stata una grande rivoluzione per la nostra cultura, per la nostra educazione e per i nostri processi di sensibilizzazione verso le minoranze LGBTQIA+?

 

Il romanzo di Saba prosegue tra incontri umani e scontri con la morale piccolo-borghese dell'epoca, fino all'incontro di Ernesto con il coetaneo Ilio. Il loro stringersi la mano, un gesto apparentemente banale, viene descritto come un “avvenimento raro, quale può prodursi, sì e no, una volta sola in un secolo”. Qui il racconto si interrompe felicemente. Saba aveva inizialmente pensato di far innamorare entrambi i giovani della stessa donna — un altro tentativo autocensorio e di normalizzazione — ma lui stesso sentì di non poterlo fare, lasciando l'opera incompiuta per stanchezza e, forse, per coerenza. Come notò Alberto Moravia, ciò che Saba ha scritto in Ernesto è “coraggiosamente vero”; il protagonista è la proiezione della liberazione dello stesso autore.


Non sappiamo se il silenzio di Saba sia stato viltà o prudenza, ma di certo Ernesto incarna ciò che Milan Kundera intende dire quando si riferisce all’idea di romanzo come “biografia del possibile”: «Le mie proprie possibilità che non si sono realizzate», che l’autore ha solo sfiorato o aggirato nella realtà, ma che nella letteratura ha deciso invece di esplorare. Sono convinto che lo stesso si può dire circa le possibilità sociali. Per questo, non è mai troppo tardi per scoprire la libertà di Ernesto e la forza della sua verità.

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