Il woke: “Essere consapevoli e vigili di fronte alle ingiustizie sociali”
- Federica Rossomando

- 14 ore fa
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Il termine woke è una parola inglese che significa “sveglio”, ma oggi ha assunto un significato molto più profondo politicamente, che ci divide. Indica la consapevolezza e l’attenzione verso le ingiustizie sociali, come il razzismo, le disuguaglianze di genere e le discriminazioni contro le minoranze.

Per capire davvero cosa significhi essere woke, dobbiamo fare un passo indietro di quasi un secolo. La sua storia non inizia nei campus universitari o su TikTok, ma nelle strade più povere e isolare dell’America nera del primo novecento.
In quel periodo nella comunità afroamericana, l’espressione “stay woke” nacque come un invito alla prudenza. Una delle prime comparse risale ad una canzone di Lead Belly del 1938 (Scottsboro Boys), in cui l’artista esortava i ragazzi neri a “stare svegli”, ovvero a prestare attenzione ai pericoli di un sistema razzista. Più avanti, negli anni ’60 e’70, il termine si spostò dalla sopravvivenza fisica alla voglia di cambiare le cose. Essere woke significava aver capito come girava il mondo e non voler più accettare le ingiustizie che vi si presentavano.
Se prima serviva a proteggersi, dopo il 2014 avvenne una vera svolta, dopo l’uccisione del giovane Michael Brown a Ferguson. Da quel momento il termine è spopolato sui social con l’hastag #StayWoke per attaccare il vecchio sistema, chiedendo cambiamenti reali nelle aziende e nei social. Questa azione ha avuto conseguenze positive a partire dai film che rappresentarono storie più variegate, o le aziende che diventarono più inclusive, ed il linguaggio divenne più attento per non offendere la sensibilità altrui. (fonti come The Guardian, pensano che questo "risveglio" sia essenziale per riparare torti storici mai risolti).
Però, come succede spesso, quando si preme troppo su un’idea nascono dei problemi. Molti hanno iniziato a pensare che si stia un po' esagerando. Oggi, infatti, per tanti la parola woke non è più un complimento, ma è diventata un modo per descrivere chi è troppo rigido o intollerante.
Spesso capita che se qualcuno commette un piccolo errore nel parlare o non è d'accordo con l'ultima tendenza del momento, viene subito preso di mira sui social, isolato o giudicato pesantemente. È quella che chiamano Cancel Culture (la cultura della cancellazione), una specie di tribunale online dove non perdonano nulla. Il rischio è che per voler difendere i diritti di tutti, si finisca per togliere la libertà di dire quello che si pensa, creando una nuova forma di censura.
Oggi, questa parola si trova nel mezzo di una “guerra culturale”. Dal mio punto di vista, la verità sta nel mezzo. Condivido l’esigenza di giustizia sociale, ma solo in parte, non credo che si debba esagerare estremamente, perché non ha molto senso. In sintesi, il termine woke ci mette di fronte ad uno specchio. Ci ricorda che ignorare le ingiustizie non è più una cosa accettabile, ma ci avverte del rischio di trasformare ogni confronto in uno scontro. La sfida che ci riserverà il futuro non sarà decidere se essere "svegli" o meno, bensì capire come costruire una società più giusta senza smettere di essere tolleranti verso chi sta ancora imparando a conoscere questo nuovo mondo.



