Esistenze affrancate. L’importanza di essere libero, oggi
- Marco Antonio D'Aiutolo

- 11 giu
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“È necessario credere, bisogna scrivere” (Baustelle, Baudelaire)
È noto che The Importance of Being Earnest, la celebre opera teatrale di Oscar Wilde del 1895, venga spesso tradotta in italiano come L'importanza di chiamarsi Ernesto. In realtà, l'intento dell'autore era giocare con l'ambiguità del nome "Ernest", che in inglese evoca l’aggettivo indicante onestà e franchezza. Una traduzione più fedele allo spirito dell'opera sarebbe quindi L'importanza di essere Franco.
L’aggettivo "franco" possiede una ricca stratificazione semantica. Oltre al significato comune di onesto e sincero, il termine rimanda storicamente al concetto di libertà. L'etimologia risale alle tribù germaniche dei Franchi che, stanziatesi presso il Reno come federati dell'Impero Romano, riuscirono ad affrancarsi stabilendo un regno duraturo. Poiché nel Medioevo i Franchi erano gli unici a godere dei diritti di cittadini liberi, il nome divenne sinonimo di "libero", acquisendo sfumature legate alla disinvoltura, alla sicurezza e al valore. L'espressione "andar franco" indica infatti il procedere senza vergogna né timore.

Il riferimento a Wilde non è solo linguistico, ma si lega profondamente al tema dell’espressione letteraria come strumento di verità, partendo dalle vicende private che segnarono la vita del massimo esponente del decadentismo inglese. Wilde fu protagonista di due dolorosi procedimenti giudiziari: dopo aver accusato di calunnia il marchese di Queensberry, padre del compagno Alfred Douglas, si ritrovò egli stesso imputato per sodomia e condannato a due anni di reclusione nel carcere di Reading. Da questa esperienza, Douglas (soprannominato Bosie) trasse la poesia Two Loves, celebre per il verso su quell'«amore che non osa pronunciare il suo nome».
In Italia, la reazione a tali vicende fu emblematica di un clima di profonda chiusura. Il compianto professore e amico, Francesco Gnerre, nell’introduzione al volume L'eroe negato, riporta le posizioni di intellettuali dell'epoca. Alla notizia dell’arrivo dei due “obbrobriosi” amanti a Napoli, Matilde Serao, su «Il Mattino», con lo pseudonimo Gibus, scrive: «Stia o non stia a Napoli, l'esteta raffinato – raffinato a suo modo, s'intende! - io protesto in nome della gente per bene, in nome della gente che vuol vivere tranquilla, in nome della pace del Wilde stesso (il quale ha il diritto di chiedere mercé e discrezione, dappoiché anche ai grandi colpevoli è consentito questo diritto) perché non ci si infligga più una cronaca wildistica». Paolo Valera, giornalista socialista, arrivò a definire l'«oscarwaldismo» come una «religione degli invertiti», «troppo turpe, troppo nauseosa, troppo latrinesca per lasciarlo vivere», invocandone la persecuzione. Gnerre evidenzia come l’omosessualità in Italia sia stata un tabù stigmatizzato con violenza, oggetto di un silenzio che univa paradossalmente cattolici, fascisti e comunisti, negando agli omosessuali lo spazio per rappresentare la propria esistenza.
Questo "spazio negato" riguarda in primis la letteratura. Ne L'eroe negato, Gnerre analizza scrittori come Giovanni Comisso, Umberto Saba, Sandro Penna e Pier Paolo Pasolini, i quali, pur essendo omosessuali, assunsero un atteggiamento paradossale verso la propria produzione. Spesso le loro opere su questo tema rimanevano quasi clandestine, destinate a un pubblico limitato e incapaci di scalfire la «visione maschilista e antiomosessuale della cultura dominante». Si innescava così un «processo di differimento», rimandando la pubblicazione a dopo la morte a causa di conflitti interiori e mancata autoaccettazione, in una sorta di «rimozione della liberazione». Emblematico è il caso di Luigi Settembrini, che scrisse in carcere il romanzo I neoplatonici camuffandolo come una traduzione da un antico testo greco.
Tale dinamica si configura come una vera e propria autocensura, che George L. Mosse, in Sessualità e nazionalismo, interpreta come un tentativo di adeguamento all'etica dominante. L'identità particolare viene negata o mistificata per assimilarsi a una moderatezza sessuale e a un virilismo normativamente accettati in nome del «pudore».
Oggi, oltre all'omofobia esplicita, persiste ancora un’altra forma di pregiudizio: quella di persone omosessuali che, pur dichiarate, promuovono una «normalizzazione tipica di una società puritana e perbenista». Questo atteggiamento tende a negare le specificità e la vivacità del mondo LGBTQIA+, ignorando la carica storica e politica di tale realtà.
Gli studi culturali sottolineano l'importanza di riconoscere le culture queer senza timore di ghettizzazioni. Non si tratta di apporre etichette, ma di dare valore al percorso di quegli autori che hanno cercato di vincere i propri blocchi per narrare un elemento centrale della loro identità. Come osservava Pasolini, l’autocensura ha spesso impedito ai libri di agire nelle coscienze con quella «incidenza rivoluzionaria, profetica e creativa tipica della letteratura», rallentando l’evoluzione verso un immaginario collettivo più aperto.
Tuttavia, a differenza di Gnerre, ritengo che più che di un "eroe negato" si possa parlare di un faticoso processo di affrancamento. Ricordare queste esperienze è essenziale per ampliare i nostri orizzonti. Per questo è fondamentale, oggi, «essere franco»: vivere con onestà, coraggio e senza timore. Come sosteneva Friedrich Nietzsche: «Che cosa è il sigillo della raggiunta libertà? Non provare più vergogna davanti a se stessi».



