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Xe, Xir e il potere di nominare. Chi decide quando una lingua cambia?

Ogni parlante di ogni epoca lascia un'impronta nella lingua che usa. Nuove parole compaiono, altre scompaiono, alcune cambiano significato e altre assorbono il senso di altre. È il destino di ogni idioma vivente, poiché parlato da persone viventi.

 

Più raro, invece, è assistere alla formazione di nuove forme grammaticali non dall’uso, ma dall’inventiva personale. Eppure, è proprio ciò che sta accadendo nel mondo anglofono con forme come xe e xir, i cosiddetti neopronouns, nati per offrire un'alternativa ai tradizionali he e she a chi non si riconosce nel binarismo di genere, o they e them per chi desidera essere identificato attraverso forme linguistiche differenti.

 

La loro comparsa ha riacceso un dibattito che va ben oltre la grammatica. Perché un pronome non è soltanto una particella del discorso, bensì è il modo in cui riconosciamo l'altro, lo collochiamo nel linguaggio e nella società.


We Resist at the Queer Liberation March in New York City, June 30, 2019 - https://commons.wikimedia.org/wiki/File:We_Resist_at_the_Queer_Liberation_March.jpg
FULBERT, CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons

Già Ludwig Wittgenstein osservava che «i limiti del mio linguaggio significano i limiti del mio mondo». Non intendeva sostenere che le parole creino magicamente la realtà, ma che ciò che possiamo esprimere influenza profondamente il nostro modo di pensarla. Se il linguaggio è una lente attraverso cui interpretiamo il mondo, modificare quella lente significa inevitabilmente modificare anche alcune delle categorie con cui interpretiamo l'esperienza.

 

Da questa intuizione nasce buona parte della riflessione contemporanea sul linguaggio inclusivo. L'idea di rendere disponibili nuove forme linguistiche favorisce il riconoscimento di identità fino a oggi rimaste ai margini delle convenzioni grammaticali, ricordiamo l’uso di they e them, oppure la discussione sullo schwa.

 

In questa prospettiva, xe e xir sono nuovi strumenti attraverso cui alcune persone chiedono di essere nominate secondo la propria esperienza di sé.

 

La sociolinguistica, tuttavia, invita a osservare il fenomeno da un'altra prospettiva: le lingue non cambiano soltanto perché qualcuno propone una nuova parola, al contrario si trasformano quando una comunità sufficientemente ampia decide di farla propria e usarla. Ogni innovazione attraversa una selezione collettiva: alcune espressioni entrano nell'uso quotidiano, altre rimangono confinate ai gruppi che le hanno generate, basti ricordare l’esempio di petaloso, parola esistente nel vocabolario italiano del 1600 e poi caduta in disuso.

 

È proprio questo il punto più interessante del caso dei neopronouns. A differenza di molte trasformazioni linguistiche spontanee, essi rappresentano un cambiamento in parte intenzionale. Nascono "dall'alto", o meglio, dalla volontà consapevole di movimenti culturali e comunità specifiche di intervenire sulla lingua per rispondere a nuove esigenze sociali.

 

È possibile progettare il cambiamento linguistico?

 

La storia suggerisce prudenza. Le accademie possono proporre, i governi possono raccomandare, i movimenti possono rivendicare, ma il destino di una parola resta nelle mani dei parlanti. È l'uso quotidiano a trasformare un neologismo in lingua viva.

 

Il sociologo Pierre Bourdieu ricordava che il linguaggio è anche una forma di potere simbolico. Le parole non descrivono soltanto il mondo, ma ne attribuiscono legittimità, riconoscimento, appartenenza. Decidere quali termini siano considerati "corretti" significa spesso decidere quali identità risultino socialmente visibili. È per questo che le discussioni sui pronomi suscitano reazioni tanto intense, riguardando il modo in cui una società distribuisce riconoscimento.

 

Anche Judith Butler ha mostrato come il linguaggio partecipi alla costruzione delle identità sociali. Essere nominati significa entrare in una rete di aspettative, ruoli e significati condivisi. Cambiare le parole può dunque contribuire a ridefinire anche il modo in cui concepiamo le relazioni sociali, pur senza determinarle automaticamente.

 

Il caso di xe e xir rivela allora una tensione antica quanto il linguaggio stesso. Da una parte vi è l'esigenza, profondamente umana, di trovare parole capaci di raccontare nuove forme dell'esperienza, mentre dall'altra permane la natura spontanea della lingua, che difficilmente si lascia modellare esclusivamente dalla volontà dei suoi parlanti più consapevoli.

 

La domanda filosoficamente più feconda è un'altra: chi possiede davvero una lingua? Chi la parla? Chi la studia? Chi prova a cambiarla?

 

La risposta, probabilmente, è che una lingua non appartiene mai interamente a nessuno. È un'opera collettiva, continuamente riscritta da milioni di voci. Alcune innovazioni dureranno una stagione, altre attraverseranno i secoli. Soltanto il tempo, e l'uso, decideranno se xe e xir diventeranno parte stabile dell'inglese oppure resteranno la testimonianza di un preciso momento storico, nel quale il bisogno di essere riconosciuti ha cercato nuove parole per dirsi.

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