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Il prezzo dell’alleanza: se il Pride serve alle madrine (o viceversa)

C’è stato un tempo in cui salire sul carro del Pride era un atto di puro coraggio politico, una scelta radicale che poteva costare una carriera. Solo un paio di decenni fa, dichiararsi alleati della comunità LGBTQIA+ significava accettare lo stigma sociale, il boicottaggio mediatico, l'esclusione dalla TV generalista o la revoca dei contratti pubblicitari. Oggi, nell’era dei social media, quel carro si è trasformato: non è più solo una barricata di protesta, ma è diventato il palcoscenico più ambito, colorato e strategico dell’estate.


Elodie, la madrina del Roma Pride 2022 - https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Roma_Pride_2022_30.jpg
Elodie, la madrina del Roma Pride 2022 - Camelia.boban, CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons

Per capire quanto fosse alto il prezzo dell'alleanza, basta guardare al 1997 e al celebre coming out di Ellen DeGeneres. Nonostante il successo della sua sitcom, la scelta di dichiararsi costò all'attrice il ritiro degli sponsor, il boicottaggio dei network e la cancellazione dello show, congelando la sua carriera per anni. In Italia, chi ci mise la faccia durante il contestatissimo World Pride di Roma del 2000 — come la madrina Ambra Angiolini — dovette farlo sfidando l'ostracismo della televisione e il giudizio di una politica che considerava quella sfilata un'offesa pubblica. Allora, salire su quel carro non era una mossa di pubbliche relazioni: era un salto nel vuoto.

 

Nel corso degli anni la figura della madrina ha subìto una metamorfosi. Se da un lato la presenza di popstar offre al movimento un megafono mediatico capace di sfondare il muro dell'indifferenza, dall'altro sorge un dubbio legittimo che attraversa gli stessi attivisti: la madrina serve davvero alla causa, o è la causa a servire alla madrina? In questo delicato equilibrio tra attivismo e marketing, il Pride è diventato il terreno di un fragile scambio di visibilità.

 

Quando la celebrità serve alla causa

 

Il rischio cronico di ogni movimento di liberazione è l’autoreferenzialità: parlare esclusivamente a chi è già convinto, rimanendo confinati in una "bolla". Quando una figura di primissimo piano del mercato discografico o cinematografico accetta il ruolo di madrina, quella bolla esplode. Artiste capaci di capitalizzare milioni di follower portano le istanze del Manifesto politico (dal matrimonio egualitario alle tutele per i figli delle famiglie omogenitoriali) direttamente a un pubblico generalista.

 

La celebrità opera una normalizzazione culturale e smonta la narrazione conservatrice che dipinge la piazza come un raduno estremista. Ma la madrina può trasformarsi anche in uno scudo politico. Lo si è visto quando lo scontro sui patrocini concessi e poi revocati dalle istituzioni regionali ha infiammato i media. In quei frangenti, la reazione di madrine ed ex madrine ha garantito una cassa di risonanza che i singoli portavoce locali avrebbero faticato a ottenere nei telegiornali nazionali. La popstar usa il proprio capitale di gradimento per proteggere la piazza.

 

Il caso emblematico è avvenuto nel giugno del 2023, a pochi giorni dal Roma Pride: la Regione Lazio, guidata dalla giunta di centrodestra, revocò bruscamente il patrocinio, rifiutando di associare l'istituzione alle rivendicazioni sulla gestazione per altri (GPA). A trasformare uno scontro burocratico in un caso nazionale fu la reazione di Elodie, già madrina nel 2022. Definendo la revoca una "vergogna" sui social, la popstar generò un effetto valanga che dominò i telegiornali. La celebrità agì come uno scudo, prestando il proprio consenso per costringere la politica a rispondere davanti all'opinione pubblica.

 

Quando il Pride serve all'artista

 

Esiste però un rovescio della medaglia. Per un'artista contemporanea, ottenere il "bollino rainbow" non è più un rischio, bensì un eccellente posizionamento di mercato. La comunità LGBTQIA+ è una delle fanbase più fedeli, reattive e influenti del mondo: genera stream, acquista biglietti e difende i propri idoli. Salire sul carro garantisce una certificazione di progressismo che ripulisce l'immagine del brand-artista, rendendolo appetibile per le multinazionali che vogliono mostrarsi inclusive.

 

Da qui nasce la critica all'attivismo "a scadenza". È il fenomeno di quelle figure che si riscoprono paladine dei diritti a giugno, in concomitanza con il lancio del tormentone estivo, per poi scivolare nel silenzio il resto dell'anno. Quando il dibattito si sposta su temi divisivi — come i diritti trans o la GPA — molte icone preferiscono fare un passo indietro per non alienarsi il pubblico conservatore o non compromettere contratti milionari. In quel momento, l'alleanza si svuota per fare spazio al mero opportunismo.

 

Il giudizio della piazza

 

Il pubblico del Pride è diventato un giudice severo, capace di punire ogni incoerenza tra l'esposizione sul carro e le azioni quotidiane. Lo dimostra il caso di Caterina Balivo nel 2019, costretta a fare un passo indietro come madrina del Milano Pride dopo le proteste della comunità per alcune sue vecchie uscite televisive giudicate inopportune. Ancora più eclatante è stato il caso di Arisa nel 2023: le sue dichiarazioni di apprezzamento verso le posizioni della premier Giorgia Meloni scatenarono un'ondata di dissenso tale da spingere la cantante — storicamente vicina al movimento — a rinunciare alla propria presenza ai Pride di Roma e Milano per non alimentare ulteriori tensioni. Il passaporto per il carro quindi non si compra con una canzone; si guadagna con la trasparenza quotidiana. Per questo assistiamo a una silenziosa controriforma del ruolo. Molte piazze rifiutano la logica della "popstar a tutti i costi". C'è chi sceglie l'orizzontalità, come Gaia a Napoli, scesa dal carro per marciare a piedi tra la folla, e c'è chi preferisce nominare madrine "di strada" o figure storiche del territorio — come Bruna, donna trans vittima di violenza, o La Tarantina, memoria storica delle discriminazioni — per ricordare che il Pride è prima di tutto rivendicazione, non una festa aziendale.

 

Il vero prezzo dell'alleanza

 

Il rapporto tra il Pride e le sue madrine non è distorto: è una transazione complessa che può produrre enormi benefici. Ma a fare la differenza è la natura del patto. Il Pride regala alle artiste una piattaforma di autenticità e amore collettivo che nessun ufficio stampa potrebbe replicare. In cambio, l'artista fa un favore reale solo se è disposta a restituire valore politico; solo se è disposta a pagare un prezzo in termini di critiche o contratti persi per difendere quella piazza anche quando i riflettori di giugno si allontanano. Se l’attivismo non costa nulla e non comporta alcun rischio, allora non è alleanza: è soltanto marketing.

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