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Viaggio in Palestina. Le storie di Khawla e Nahed

Articolo a cura di Alessandra Vigorito

Dal 15 al 26 giugno 2026 grazie all’impegno di un gruppo di volontari e alla risposta delle comunità locali, è stata organizzata una vacanza, presso il Camping Torre di Velia ad Ascea per famiglie palestinesi rifugiate in Italia, ne è venuto fuori un viaggio in Palestina.

 

Ascea per due settimane è diventata Gaza, abbiamo conosciuto nuove amiche e nuovi amici, persone semplici e coraggiose. Abbiamo incontrato il loro dolore e la loro rabbia, ma anche la loro capacità di sorridere nonostante i lutti e la devastazione. Abbiamo rincorso e coccolato bimbi vivaci; abbiamo gustato sapori d’oriente; abbiamo imparato parole nuove; abbiamo ascoltato storie che non volevamo sentire, storie che nessuno dovrebbe vivere e abbiamo percepito la dignità e la forza di un popolo che resiste al genocidio perché ama la vita!

 

Ecco alcune delle loro storie:


Khawla e Nahed sono in Italia da 9 mesi con i loro 5 figli, vengono da Gaza City e sono arrivati con i corridoi umanitari per le cure sanitarie. Il piccolo Zakaria rischiava di morire per la denutrizione, a un anno pesava 4 kg e non camminava; scarsità di cibo e acqua inquinata causate dal blocco israeliano, unite alla vita precaria sotto una tenda ed alla mancanza di cure adeguate, stavano uccidendo il bambino.

La determinazione di Khawla che ha interpellato organizzazioni umanitarie, governo, avviato campagne sui social, ha fatto sì che, nonostante gli ostacoli frapposti dal governo israeliano, la famiglia riuscisse a imbarcarsi su un aereo per l’Italia. Fino all’ultimo i militari IDF hanno voluto dimostrare la loro disumanità impedendo alla famiglia di portare qualsiasi effetto personale, obbligandoli persino a lasciare anelli o bracciali che indossavano (compreso l’anello nuziale), hanno perquisito il fratellino di Zakaria, Abud, di soli 3 anni ma alla fine Khawla e la sua famiglia sono partiti. Roma e poi Napoli, dove, presso l’Ospedale Santobono il piccolo Zakaria ha ricevuto le cure necessarie, venendo dimesso dopo 25 giorni.

 

Nahed è un uomo sui 50 anni dall’aria molto riservata e autorevole, il suo sguardo trasmette tristezza ma una grandissima dignità. Parla inglese e quindi possiamo comunicare facilmente. La prima vera conversazione con lui è già un pugno nello stomaco: “perché” ci chiede, “perché dobbiamo essere qui in un paese straniero, in fuga; Khawla ha perso un figlio, fatto a pezzi, io ho perso mio fratello e i miei nipoti, Zakaria stava per morire, tutti a Gaza hanno perso qualcuno, ora sono qui e non posso nemmeno avere una vita mia…perché? Perché uccidono le persone dentro le loro case? Volevamo solamente una vita tranquilla nella nostra casa… questa non è vita… andiamo avanti per i nostri figli, perché?”. La domanda rimane nell’aria, ammutolendo tutti noi.


L'immagine di una donna palestinese con un bambino denutrito

In Palestina Nahed faceva l’insegnante di materie umanistiche, a Gaza è rimasta la sua prima moglie che vive sotto una tenda con i figli. Ha perso un fratello, da cui il piccolo Zakaria ha preso il nome, è stato ucciso da un cecchino e, dopo pochi mesi anche i suoi nipoti Omar di 24 anni e Yeha di 17, sono stati massacrati. Zakaria, il fratello di Nahed veniva chiamato “Abu Omar” (padre di Omar), come è costume in Palestina appellare un uomo con figli. Oggi, per ricordare il fratello ucciso, spesso Nahed, ma anche il resto della famiglia, chiama il piccolo Zakaria “Abu Omar”.

 

Nahed si racconta mentre sorseggiamo caffè arabo, in un pomeriggio sonnacchioso sotto il patio della casetta, mentre parliamo, lo scoppio forte di un petardo nelle vicinanze, anticipatario di qualche festa estiva serale, mi fa sobbalzare, Nahed, con un sorriso amaro commenta: a Gaza era così ogni minuto.

 

Anche Khawla ha lo sguardo triste e sempre un po’ pensieroso ma l’espressione del volto, la gestualità del corpo e la sua voce trasmettono grande forza e dolcezza.

 

Chiacchiero con lei nel piccolo soggiorno della casetta dove è alloggiata in campeggio, ci godiamo la frescura regalata dall’aria condizionata e si crea subito connessione tra noi. Parliamo un po’ in Inglese e un po’ utilizzando i traduttori sul telefono, anche lei mi racconta di Zakaria, di quanto era denutrito, dell’ospedale a Gaza dove però non arrivavano i medicinali. Mi mostra la foto di un bambino, Hamdija, più o meno di due anni, era vicino a Zakaria in ospedale a Gaza, era ricoverato per patologie al midollo spinale ma non c’erano i mezzi per curarlo, è morto dopo due mesi, aspettando di essere trasferito in un ospedale all’estero.

 

Khawla mi racconta che è stata sfollata otto volte, ha partorito Zak sotto le bombe e poi mi parla di Nur, il suo primo figlio, avuto da un precedente matrimonio. Nur è stato ucciso dall’IDF, colpito a morte, mentre distribuiva generi alimentari, aveva 19 anni. Khawla mi mostra la foto di un bel ragazzo con i capelli nerissimi, lo sguardo vivace, non riesco a riconoscerlo nella foto successiva: un volto livido di morte, avvolto in un sudario; mi si blocca il respiro quando Khawla mi mostra un’altra foto: il corpo di suo figlio poco dopo lo scoppio, questa donna ha dovuto letteralmente mettere insieme i pezzi di suo figlio per poterlo seppellire.

Non riesco più a parlare, le lacrime mi scendono mentre cerco di riprendere a respirare, anche Khawla piange la abbraccio chiedendomi come si può sopportare tanto dolore, ma tra le lacrime è lei che mi dà la risposta: “non riguarda solo Nur, il Mondo deve capire chi è Israele, hanno ucciso altri ragazzi, bambini, anziani, persone che erano solo a casa loro, non riguarda solo Nur”, e allora la vedo, la sento la forza di questa giovane donna, la forza dei Gazawi, che resistono; nonostante il dolore, la paura, le privazioni, i lutti, ancora sono capaci di credere che un Mondo più giusto sia possibile e non smettono di lottare per realizzarlo.

 

Dopo l’arrivo in Italia e una volta dimesso Zak, Khawla e Nahed con i loro cinque figli, sono stati collocati nel S.A.I. venendo alloggiati in un paesino della montagna irpina, lontani da uffici, scuole, negozi, ospedali e da qualsiasi contatto con loro connazionali. Vivono grossi disagi dovuti all’isolamento del paese ospitante, alla difficoltà di spostamento (non hanno auto, né patente italiana al momento) e alla mancanza di lavoro. Sono sopravvissuti all’orrore ma ancora non sono messi nelle condizioni di ritrovare un po’ di serenità.


Il racconto del nostro “viaggio in Palestina” non finisce qui, abbiamo ascoltato anche le storie di Lana, Bisan, Khaled, Renad, ognuna merita il proprio spazio, le condivideremo presto.


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