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Viaggio in Palestina: Lana, Abud e Suma

Articolo a cura di Alessandra Vigorito

Continua il racconto del nostro “viaggio” e delle storie di chi è sopravvissuto al genocidio


Dal 15 al 26 giugno 2026 grazie all’impegno di un gruppo di volontarie e volontari e alla risposta delle comunità locali, è stata organizzata una vacanza, presso il Camping Torre di Velia ad Ascea per famiglie palestinesi rifugiate in Italia, ne è venuto fuori un viaggio in Palestina.

 

Il vero viaggio di scoperta non consiste nel cercare nuove terre, ma nell’avere nuovi occhi” scriveva M. Proust, e il nostro è stato un viaggio fatto di piccoli momenti di serenità e condivisione, di divertimento ma anche di storie che non avremmo voluto sentire e che soprattutto, nessuno dovrebbe vivere; invece purtroppo esistono, ascoltarle ci ha consentito di avere nuovi occhi.

 

Non che non si conoscano le atrocità che Israele sta commettendo né possiamo ignorare la complicità dei nostri governi ma Khawla, Nahed, Bisan, Khaled, Lana e tutti i nostri nuovi amici ci hanno permesso di entrare nel loro dolore donandoci, per quanto possibile e per quanto saremo capaci di attingervi, la loro incredibile forza.

Suma e Abud
Suma e Abud

Suma ha quasi 3 anni. È nata il 7 ottobre 2023. Rakan è il fratello di Suma, aveva quattro anni, è stato ucciso da Israele il 07 ottobre 2023.

 

La nostra casa è stata bombardata, abitavamo al terzo piano, nel palazzo c’era tutta la famiglia di mio marito, non è sopravvissuto nessuno di loro. Mi hanno estratto dalle macerie, avevo il bacino rotto ed ero all’ottavo mese di gravidanza, in ospedale mi hanno fatto il cesareo”. Lana è in Italia da due anni con i suoi due bambini Suma (che è il diminutivo di Ibtisam) e Abud (Abdullah). Sono i bambini più tranquilli di tutto il gruppo del campeggio, Abud ha 5 anni, parla poco, ha un’aria spesso pensierosa e triste che non dovrebbe mai comparire sul viso di un bambino di quell’età.

Lana
Lana

Lana mi racconta che anche lui è stato estratto dalle macerie, aveva una ferita alla testa ed i polmoni pieni di polvere e schegge, ha subito numerosi interventi chirurgici per poter respirare, è stato in coma per un mese ma fortunatamente alla fine si è ripreso.

 

La casa è stata completamente distrutta e Lana, suo marito Mohammed e i due bambini sono stati costretti a vivere in tenda. Dopo qualche tempo, la zona dove erano accampati è stata bombardata, Abud è rimasto di nuovo ferito per fortuna in modo non grave.

 

Lana mi mostra il video girato quando hanno estratto Abud dalle macerie della loro casa, si avverte la disperazione nelle urla degli uomini che scavano, la frenesia, la paura. Nelle immagini il suo corpicino esanime viene sollevato in alto, ha sangue alla testa, sembra quasi un pupazzo per come si muovono le braccia mentre velocemente lo portano via; d’istinto, come a sincerarmi che il bambino del video sia veramente sano e salvo, alzo gli occhi cercando Abud. Lui sta giocando, seduto a terra sul pavimento in legno della veranda, silenzioso come sempre, inconsciamente tiro un sospiro di sollievo ma per l’ennesima volta maledico in cuor mio, chi spietatamente provoca tanto dolore. 


Rakan vuol dire pilastro, sarebbe diventato un uomo forte” Lana riesce anche a sorridere timidamente ricordando il figlio ucciso, lacrime non ne ha più probabilmente. Mi mostra la foto di un bambino sorridente, ben pettinato, ha uno zainetto sulle spalle, forse era un primo giorno di scuola o magari erano tutti in partenza per una gita di famiglia, non ho il coraggio di chiedere. Con l’orgoglio caratteristico dei giovani genitori, Lana e Mohammed avranno voluto scattare la foto quel giorno, una foto da “album di famiglia”, da riguardare magari con Rachan quando fosse diventato un giovanotto, ridendo insieme della sua espressione fanciullesca e fiera. Invece tutto è stato spezzato.

 

Come mi era successo parlando con Khawla, fatico a trattenere le lacrime guardando la foto successiva ma non posso non pensare che, nemmeno le bombe israeliane hanno potuto cancellare la dolcezza di bimbo dal volto di Rakan.


 

Lana faceva la logopedista a Gaza, è venuta in Italia per far curare Suma che ha avuto un’emorragia celebrale, viene seguita all’Ospedale Santobono di Napoli e, per come capisco, sta abbastanza bene ora. A Gaza è rimasto Mohammed, il marito di Lana, che non ha ottenuto il permesso dal governo Israeliano di seguire la famiglia. Lana spera di avere il ricongiungimento familiare, che in realtà è già stato negato una prima volta, “I bambini hanno bisogno del padre” mi dice, “mi chiedono sempre quando arriverà da noi ma non so cosa rispondere”. Le chiedo cosa si immagina, cosa si aspetta dalla sua vita in Italia e percepisco grande apprensione nella sua risposta: si sente sola, vorrebbe suo marito accanto per sé e per i loro figli, è preoccupata per il futuro, “vorrei solo poter crescere i miei bambini in serenità” mi dice.

 

Lana è anche una ricamatrice Tatreez, l’arte con cui le donne palestinesi da centinaia di anni affermano il loro legame con la tradizione e la loro terra, “Ricamo da quando avevo 8 anni”, mi racconta spiegandomi che a volte prova anche a vendere qualcuno dei suoi lavori, ha desiderio di diventare autonoma ed anche questo può essere un modo. “C’è poco da fare” penso dentro di me “i Gazawi resistono sempre”.



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