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Viaggio in Palestina: Hanadi, Bisan, Khaled, Mohammed, Nabil

Articolo a cura di Alessandra Vigorito

Continua il racconto del nostro “viaggio” e delle storie di chi è sopravvissuto al genocidio


Dal 15 al 26 giugno 2026 grazie all’impegno di un gruppo di volontari e alla risposta delle comunità locali, è stata organizzata una vacanza, presso il Camping Torre di Velia ad Ascea per famiglie palestinesi rifugiate in Italia, ne è venuto fuori un VIAGGIO IN PALESTINA.

 

Non è stata solo una vacanza, in queste due settimane abbiamo gettato le basi per nuove relazioni, nuove amicizie e, ci piace pensare, per costruire una piccola comunità.

 

Ad ottobre si riempivano le piazze per la Palestina (e dovremmo continuare a farlo) ma un pezzo di Palestina è qui.

 

Queste famiglie, queste persone sono testimoni oculari di un crimine aberrante, una moltitudine di crimini in realtà, nonostante i traumi che hanno subito, vogliono raccontare, il Mondo deve sapere chi è Israele” ci ha detto Khawla (cfr articolo del 07.07.2026). Abbiamo ascoltato le loro storie e così abbiamo dato volti e nomi all’orrore compiuto da quella che viene definita “l’unica democrazia del Medio Oriente”.



Non ho chiesto io di emigrare, Gaza è casa mia, io vorrei la mia vita là. Ma hanno distrutto tutto, uccidono le persone, ci hanno tolto tutto. Non ho chiesto io di essere migrante, io voglio solo vivere”. Hanadi è una donna solare ed energica ma ha le lacrime agli occhi pronunciando queste parole, è arrabbiata e nello stesso tempo, si capisce parlando con lei, è preoccupata per il futuro, per i suoi figli, per il marito che sta aspettando il ricongiungimento. Il sistema di accoglienza italiano l’ha esiliata in un paesino di montagna, in uno di quei “borghi da ripopolare”, sola con cinque figli piccoli, senza auto, senza patente, senza familiari, amici o almeno dei connazionali che la possano sostenere. Lo sfogo dura un attimo però, arriva Khawla con il tè, Lana e Bisan si aggiungono a noi e dopo poco risate e pettegolezzi divertenti prendono il posto della rabbia.


Durante il campeggio, la generosità della titolare di un salone parrucchiera-estetista[1], ci regala un pomeriggio di relax con taglio di capelli per i bimbi e qualche piccolo trattamento estetico per le signore che lo desiderano. Con Bisan entriamo nel salone estetista, i profumi dolci e l’ambiente ovattato contribuiscono a creare un clima di piacevole intimità tra donne; gioco con il piccolo Mohammed, così che Bisan possa rilassarsi abbandonandosi alle cure di Naomi, la giovane estetista. Niente di che, una manicure, un semplice smalto rosa e un ritocco alle sopracciglia, Bisan però è raggiante. Ringrazia e poi ci dice qualcosa che io e Naomi non capiamo, ricorre al traduttore del telefono e quando leggiamo le parole sullo schermo, Naomi ha gli occhi lucidi mentre io avverto un vuoto allo stomaco: Bisan ci confida che era la prima volta, dopo la morte di suo figlio, che aveva ritrovato il piacere di dedicarsi un po’ a se stessa. Come cambiano le prospettive: una cosa normale che diventa così straordinaria.

 

Bisan ha gli occhi che brillano, è ciò che noto di lei al primo incontro quando arriva in campeggio con la sua famiglia. La dolcezza e vivacità nello sguardo la fanno sembrare ancora più giovane dei suoi 27 anni. È in Italia da pochi mesi, con Mohammed, il suo bambino più piccolo che ha un anno. Khaled, suo marito, l’aveva preceduta, circa un anno fa, insieme a Nabil, che ora ha 5 anni.


Le condizioni di Nabil prima di venire in Italia e Nabil, oggi.


Quando erano a Gaza, Nabil aveva un’infezione cutanea cronica causata dalle polveri cui era stato esposto nei bombardamenti: aveva brufoli su tutto il corpo, sanguinamenti, pus ed era costretto a letto da un anno e mezzo. Evacuato tramite i corridoi umanitari, insieme al padre, il bimbo è stato curato in Italia e per fortuna ora sta bene come abbiamo potuto constatare fin dalla prima sera in campeggio quando eravamo costrette a rincorrerlo nelle sue “fughe” o acchiapparlo al volo dopo che si era arrampicato da qualche parte, rigorosamente pericolosa, senza poter evitare un bilancio finale di un ginocchio sbucciato e graffi vari su gambe e braccia. 


Mohammed ucciso dall’IDF


Quando Mohammed è stato ucciso, il corpo di Nabil era coperto dalla polvere sollevata dai missili”. Bisan mi parla con i suoi modi composti e gentili, come volesse proteggermi dall’impatto con il dolore devastante che le sue parole esprimono. Mohammed era il fratellino più grande di Nabil, aveva cinque anni, è stato ucciso da un bombardamento israeliano due anni fa. L’IDF ha bombardato a tappeto la scuola dove erano sfollati, una scheggia ha colpito Mohammed all’arteria del cuore e non ha avuto scampo.

 

Bombardato a tappeto una scuola” è questo che fa l’esercito “più morale del Mondo”.


Bisan con i figli (Nabil quello più grande e Mohammed quello in braccio)
Bisan con i figli (Nabil quello più grande e Mohammed quello in braccio)

Khaled, il marito di Bisan, mi racconta che dopo, per diverse settimane, quando si trovavano vicino alla scuola bombardata, il piccolo Nabil correva vicino alle macerie, cercando di scavare, di spostare detriti, perché doveva “trovare Mohammed”.

 

Anche Khaled è giovane, a Gaza lavorava come muratore. Vorrebbe lavorare in Italia, ma ha enormi difficoltà per una lacerazione ai tendini della mano e un’ernia al disco. Parla già un po’ l’Italiano e comunque anche l’Inglese: “Voglio pensare all’Italia come paese sicuro per crescere i mei figli” mi dice, “non voglio perdere un altro figlio, se fossimo rimasti a Gaza saremmo già morti”.

 

Con Bisan e Khaled siamo seduti sotto la veranda della baita che li ospita in campeggio, Nabil corre, salta, si arrampica sulla balaustra, mi offrono un fresco succo di frutta, sembra una normale serata vacanziera di chiacchiere tra amici, ascolto la loro storia e tengo sulle ginocchia il piccolo Mohammed che porta il nome del fratellino che non ha mai conosciuto.

La famiglia di Khaled e Bisan
La famiglia di Khaled e Bisan

[1] Durante il campeggio, oltre alla disponibilità della struttura che ha offerto il soggiorno, moltissime persone hanno voluto dare il loro contributo, chi ha portato vettovaglie, vestiti, giochi per bambini, chi ha fatto un’offerta in denaro, attività commerciali hanno prestato il loro servizio, associazioni hanno organizzato laboratori ed uscite. Non è stata carità, era incontro, era voglia di essere comunità, è stata RESISTENZA: ogni gesto di solidarietà era un fermo NO al genocidio ed alla complicità del nostro Governo.

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