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Trump minaccia gli alleati: l’Italia in equilibrio tra giustificazioni e ammonimenti

L’inizio del secondo mandato di Donald Trump ha prodotto uno scarto netto nella grammatica delle relazioni internazionali. Più che un ritorno all’unilateralismo, siamo di fronte a una sua radicalizzazione. La forza militare e la coercizione economica non sono più strumenti estremi ma leve ordinarie di governo dell’ordine globale. Il messaggio è semplice e brutale: la legittimità nasce dalla capacità di imporre risultati, non dal consenso multilaterale.


Nel giro di poco tempo l’amministrazione Trump ha mostrato cosa intende per leadership. In Venezuela l’operazione che ha portato alla cattura di Nicolás Maduro è stata presentata come azione antiterrorismo, aggirando il linguaggio della guerra e svuotando il diritto internazionale di ogni funzione di argine. In Medio Oriente l’attacco ai siti nucleari iraniani ha riaffermato la dottrina del colpo preventivo, con l’effetto di destabilizzare ulteriormente l’area e azzerare i già fragili meccanismi di controllo, ed oggi minaccia ulteriori interventi nel paese. Nell’Artico, la pretesa sulla Groenlandia ha aperto una crisi senza precedenti tra alleati NATO, accompagnata da minacce di dazi e da comunicazioni aggressive che trasformano la geopolitica in un pericoloso e continuo “spettacolo trash”.


A rendere ancora più imprevedibili gli scenari c’è il fatto che Trump ha legato esplicitamente le proprie scelte strategiche al risentimento per il mancato Premio Nobel per la Pace, arrivando a presentare la forza come unica alternativa alla mancata “riconoscenza” del sistema internazionale. Una miscela di narcisismo politico e reazionarismo che rende le decisioni difficili da incasellare in schemi tradizionali.


In questo contesto l’Italia ha scelto una linea che potremmo definire pragmatica e cauta. Giorgia Meloni ha evitato lo scontro frontale con Washington, ma provando a non mostrarsi completamente assoggettata al potere americano. Sulla crisi venezuelana ha formalmente ribadito il principio di non intervento, lasciando però aperta una zona grigia che legittima l’argomento americano della sicurezza contro il narcotraffico. Scelta furba della Premier, che però ignora volontariamente che il Venezuela non rientra tra i narco-stati e che non è il vero pericolo per gli USA. Sulla Groenlandia ha definito un errore l’uso dei dazi contro gli alleati, riuscendo al tempo stesso a tenere l’Italia fuori dalla lista dei paesi colpiti. Sull’Ucraina sostiene il cessate il fuoco promosso da Trump, ma insiste sul fatto che le decisioni territoriali non possano essere imposte a Kyiv.


L’Italia ha salvaguardato il proprio export, ottenuto risultati simbolici e materiali come la riduzione dei dazi sulla pasta, rafforzato la cooperazione spaziale e accreditato il Piano Mattei come strumento utile anche agli interessi americani in Africa. Roma si propone così come interlocutore affidabile, capace di parlare con Washington senza rompere del tutto il fronte europeo.


Questa strategia funziona nel breve periodo, ma solleva una domanda più profonda. Se l’ordine internazionale si regge solo sulla forza del più potente, che spazio resta per il diritto, per la mediazione, per i paesi che non dispongono di portaerei o mercati sufficientemente grandi da difendersi da soli. L’efficacia immediata della prevaricazione non coincide con la sua sostenibilità. Governare il mondo come una trattativa permanente a somma zero può produrre risultati tattici, ma lascia dietro di sé instabilità, rancori e un sistema sempre più fragile. La vera incognita non è se questa strada funzioni oggi, ma quanto a lungo possa reggere prima di presentare il conto. Quanto ancora Trump potrà spingersi oltre prima che nemmeno i suoi alleati più stretti possano giustificarlo?


Il pericolo più grande derivato dall’operato americano, per noi europei, è aver creato il precedente, legittimando un possibile intervento cinese e russo in paesi per loro strategici.

https://commons.wikimedia.org/wiki/File:AI_generated_image_regarding_the_Greenland_Crisis_posted_by_Donald_J._Trump_on_Truth_Social.jpg
Immagine generata dall'IA pubblicata il 20 gennaio 2026 da Donald J. Trump, presidente degli Stati Uniti, riguardo alla crisi della Groenlandia, sul suo account "Truth Social".

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