Renee Good, la tragedia di un odio che infiamma il mondo
- Mario Bove

- 6 giorni fa
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“Non ce l’ho con te”. Sono queste le ultime parole di Renee Good prima di essere uccisa da un agente dell’ICE a Minneapolis, durante una retata nel suo quartiere pochi giorni fa. La Immigration and Customs Enforcement è un’agenzia federale degli USA che fa parte del Dipartimento della Sicurezza Interna, ha compiti di controllo dell’immigrazione con mandato di deportazione ed espulsione degli immigrati irregolari.

Un compito, quest’ultimo, molto caro all’attuale amministrazione Trump che usa questo speciale corpo di polizia per pattugliare le città alla ricerca di stranieri con le carte non in regola. Per perseguire queste operazioni, la ICE ha ricevuto negli ultimi mesi cospicui finanziamenti dal governo centrale, insieme agli applausi di una parte della popolazione che accoglie con favore i metodi violenti dei gendarmi.
C’è chi gode nel commentare con asprezza la morte di Renee, attiva nel sociale, madre di tre figli, ben voluta dalla sua comunità, dotata di sensibilità artistica, pacata e serena anche nell’ultimo fotogramma che la ritrae viva. L’odio scorre palpabile sui social e per le strade, è un nuovo codice di comportamento. Se si odia con estrema forza qualcuno che si sente diverso, si può delineare più facilmente un confine fra il sé e ciò che è sconosciuto, incomprensibile.
L’odio è lo scalpello con cui una fetta crescente della società sagoma il calco in cui far colare la propria identità. A volte questo stampo è preparato abilmente dai politici conservatori. Nell’altro si identifica ciò che non si vuole, i tratti che non fanno parte delle proprie abitudini, ciò che spesso non si arriva a comprendere. Si mette in moto un meccanismo atavico di difesa che azzera i percorsi di comprensione e causa reazioni come colti da istinto di sopravvivenza. L’assenza di empatia, l’individualismo spinto, l’incapacità di comprendere la realtà altrui sono le altre caratteristiche che completano il quadro di una società frammentata e formata da potenziali “sociopatici”.
Su questo stato ha facile gioco la strategia comunicativa della politica populista delle destre, tutta imperniata sull’odio, sul “noi” e “loro”, sulla rassicurante prosecuzione del “nostro stile di vita” messo in pericolo da “loro”. In quest’ultima casella appare il bersaglio di turno, come in quei poligoni di tiro con le sagome che spuntano all’improvviso da dietro un muro. Nero, omosessuale, “comunista”, woke, musulmano, straniero. Anche Renee ha attraversato il mirino dell’agente ICE, e di una certa opinione pubblica in cerca di una sagoma su cui riversare piombo e odio, anche se bionda, bianca, americanissima. L’importante è che sia capitato ad un “loro” di turno che non sia chi applaude.
Eppure da questo meccanismo miope e pericolosissimo, neppure i sostenitori di Trump si sottraggono. Sono frequenti infatti le notizie di arresto e deportazione di sostenitori repubblicani non “perfettamente americani”. Dopo aver assaggiato la brutalità dell’ICE, si sono pentiti di aver dato potere a questo tipo di sistema. Molti, pur essendo immigrati, attualmente regolarizzati, sono incappati nel tritacarne della polizia “razziale” e della propaganda neo WASP (White Anglo Saxon Protestant) dei MAGA.
Perché questo fatto di cronaca deve preoccupare? Gli Stati Uniti sono da sempre un laboratorio politico e sociale. Così come hanno rappresentato un modello di costruzione dello stato federale moderno e della democrazia, si stanno rivelando la realizzazione di un pericoloso intreccio di potere economico, tecnologico e religioso.
C’è però anche la sensazione di un peggioramento del sentire nazionale in un paese dove, il 6 gennaio di cinque anni fa, l’assalto armato a Capitol Hill ha fatto tremare per l’inizio di un golpe. La perdita del potere d’acquisto per effetto dei dazi sulle importazioni, l’acuirsi spregiudicato del divario fra le enormi fortune dei magnati del cerchio d’oro trumpiano e i cittadini comuni, fanno percepire troppo distante i vertici dalla base e le fratture sociali si ampliano.
Si delinea il rischio che le regole siano percepite come superflue da chi faccia parte dello schieramento dominante e che possano essere usate come una clava per i “loro” di turno, coltivando l’illusione di stare sempre dall’altra parte. Ancor più, fra proteste civili, armi libere, guardia nazionale e polizie speciali, governatori e giudici che provano a resistere alle strette autoritarie del presidente, l’adozione di “provvedimenti straordinari” violenti da parte dell’amministrazione sembra più una eventualità così remota per chi sente di avere come unico limite una morale che, di fatto, non esiste. E peggio, che questo esempio possa essere seguito dai tanti piccoli fan del Donald disseminati nei governi di tutto il mondo.





