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Bombe sulle aule, silenzi sulle coscienze

Scuole colpite. Bambine e bambini sepolti sotto le macerie. Decine e decine di morti. Non “obiettivi strategici”. Non “installazioni militari”. Scuole. Nessuna novità, no?

 

L’ennesima strage. E la parola pesa, ma è l’unica che resta quando le bombe centrano le aule di una scuola, piene. 

Foto della scuola Shajareh Tayyebeh a Minab/da Mehr News Agency, CC BY 4.0, via Wikimedia Commons


Mentre il presidente Donald Trump parla di forza “mai vista prima” contro l’Iran, la realtà è che questa forza vigliacca è ben nota: è quella che cade dal cielo e uccide bambini. È quella che si abbatte su edifici civili in nome della sicurezza, della democrazia, del “cambio di regime”.

 

È ormai un’abitudine la notizia che Israele colpisce e a morire sono bambini. Non è la prima volta che si parla di errore, di bersaglio sbagliato, di presenza di miliziani nelle vicinanze. E non è la prima volta che il bilancio finale racconta una verità brutale: corpi piccoli estratti dalle macerie, famiglie distrutte, generazioni segnate per sempre. Zaini colorati macchiati di sangue innocente. Quando una dinamica si ripete con questa regolarità, non può più essere liquidata come fatalità. Diventa schema. Diventa metodo. Diventa abitudine. Non si può più negare che sia intenzionale. Che piaccia. Che i bambini e le bambine sono un obiettivo.

 

Ma Israele non è il solo colpevole, come sempre. Gli Stati Uniti gli si affiancano, sostengono, sono parte attiva del massacro. E di certo non per rovesciare un regime che vìola diritti umani (da che pulpito poi) ma perché l’alleanza USA-Israele risponde a interessi geopolitici di entrambi, a una visione strategica che considera accettabile il prezzo umano pur di ridisegnare equilibri regionali e rovesciare un regime ostile. I bambini iraniani, come quelli palestinesi, sono ritenuti sacrificabili. Parte di un disegno di cancellazione di un futuro per le popolazioni ritenute inferiori. Perché di questo si parla: queste stragi altro non sono che un disegno ormai ben chiaro del vergognoso suprematismo occidentale.

 

E in quest’ottica il messaggio è chiaro: la vita dei civili conta meno degli obiettivi politici. I bambini diventano numeri nelle conferenze stampa. “Danni collaterali” quando proprio è impossibile non parlarne.

 

E come se non bastasse, questo attacco unilaterale arriva in un momento in cui l’equilibrio globale è già fragile, teso come un filo sopra un abisso. Le Nazioni Unite hanno parlato apertamente di escalation pericolosa, chiedendo la cessazione immediata delle ostilità e il ritorno al dialogo. Diversi Paesi europei hanno espresso “profonda preoccupazione” e invitato alla moderazione, ribadendo la necessità di proteggere i civili e di evitare un allargamento del conflitto. Russia e altri attori hanno denunciato l’operazione come un atto destabilizzante, mentre potenze asiatiche hanno richiamato al rispetto della sovranità e alla via diplomatica.

 

Ma al di là delle formule diplomatiche, il dato politico è uno solo: questo attacco ha incrinato ulteriormente un equilibrio internazionale già fragile, aumentando il rischio di una spirale di ritorsioni, polarizzando gli schieramenti e alimentando un clima di insicurezza globale.


Ogni bomba lanciata non colpisce solo un edificio: colpisce la stabilità internazionale. Alimenta escalation, radicalizza posizioni, spinge potenze rivali a schierarsi. È un incendio acceso in una stanza piena di benzina. Chi paga? Sempre gli stessi: civili, famiglie, bambini. E tutte e tutti noi.

 

Ci riempiono la testa con parole come “sicurezza”, “difesa”, “prevenzione”. Ma quale sicurezza nasce dalla distruzione di una scuola? Quale ordine internazionale si costruisce sulle macerie di un’aula elementare? Nel fragile equilibrio mondiale in cui ci troviamo, continuare su questa strada non è solo immorale: è irresponsabile e pericoloso.

 

E la storia, presto, ci presenterà il conto.

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