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Expat a Dubai, evasori fiscali in fuga dalla realtà della guerra

Gli attacchi israelo-americani all'Iran, cominciati nel weekend appena trascorso, stanno portando il mondo nel caos, confermando ulteriormente come Israele insieme al suo partner in crime statunitense siano la principale fonte di instabilità del Medio Oriente. Ma dal privilegiatissimo punto di vista europeo, quello di chi ha un tetto sulla testa e la pancia piena, c’è un aspetto forse marginale della vicenda, ma che ha colto la mia attenzione per il suo essere contemporaneamente cringe, grottesco, tragicomico e patetico.

 

Per chi consuma i social regolarmente di certo si sarà imbattuto scorrendo i reels, in tutti quei video di influencer e starlette dei social che vivono a Dubai e nei vari paradisi fiscali del Medio Oriente, e che ora si trovano, “in trappola” in questi stessi paradisi dorati (eh no, non si parla di Crosetto, almeno qui). Ebbene, volendo fare una analisi semiotico-antropologica delle loro stories, queste potrebbero classificarsi in 2 categorie opposte e specifiche.

 

Alcuni influencer hanno continuato a vendere i loro prodotti cosmetici, esposto le loro beauty routine, la loro skin care, i beveroni di iced coffee, le corsette mattutine (mai una goccia di sudore in paesi in cui attualmente siamo già sui 30 gradi); tutto questo noncuranti delle bombe. Tra i vari video in circolo sulla rete c’è chi vanta improvvisate doti di resilienza, chi addirittura nega gli attacchi e la difesa delle contraeree delle petromonarchie in azione, chi addirittura cerca di monetizzare su un ritrovato ancorché posticcio patriottismo expat. Altri hanno monetizzato invece con video da istituto Lvce: tessendo lodi di questi grandi leader illuminati, visti “addirittura” girare (scortati da pletore di bodyguard) nei centri commerciali e mangiare nelle varie food court, quasi come fossero esseri umani come noi.

 

E così, reel dopo reel, spesso wannabe e ragazzotti gonfi di steroidi e botox ci hanno mostrato fughe in Porsche nel deserto, come se fossero cosplay in videogame, ma da una vita sola.

 

Alla goliardia spinta al livello di negazione della realtà si sono contrapposte invece quelle reazioni di occidentali senza karma, auto ripresisi in preda a veri e propri attacchi di panico. Videomessaggi convulsi, fuga nei bunker dei grattacieli, tutto live in pasto ai social. Cosa non si fa per una visualizzazione in più!

 

Per carità, i clown smetterebbero di essere tali se non avessero pubblico nel circo, di conseguenza la franchigia minima dell’etica scompare di fronte alle logiche dei like. Ma l’elemento avvilente, in particolare, di questa sottocategoria di influencer è stato l’esigere l’intervento dei loro paesi occidentali per “venire a salvarli”, proprio a loro, che spesso son andati a vivere in questi paradisi fiscali (ed inferni dei diritti umani) per non pagare tasse nei loro luoghi di origine, e ora esigono e pretendono voli à la carte per venire a raccoglierli dai loro non-più-ridenti lidi.

 

Improvvisamente si ricordano delle proprie patrie, patriottismo a convenienza si direbbe.

 

Il ministro degli esteri Tajani ci comunica che sono oltre 100mila gli emigrati italiani in zone sotto attacco in Medio Oriente a oggi, immaginiamo non chiederà al Board of Peace di rimborsare le cifre milionarie che ci costeranno per organizzare questi ponti aerei di gente di cui una buona parte ha scelto di essere lì, ricordiamolo di nuovo, fondamentalmente per non pagare tasse in Europa.

 

La fuga da Dubai degli evasori europei in fuga, al di là del grottesco fa emergere un aspetto interessante: la fragilità di questi paesi arabi che hanno basato integralmente il loro modello economico sul turismo, il lusso pacchiano e la sicurezza, chiudendo entrambi gli occhi sui diritti umani, stringendo accordi di Abramo con Israele e ospitando tra i peggiori criminali ed oligarchi russi ed ucraini. Vedere bruciare letteralmente centinaia di milioni di dollari di contraerea per difendersi da giocattolini dei cieli iraniani espone al dilemma di quali saranno gli effetti a medio termine di questa offensiva militare. Pur immaginando, e vivamente sperando, in un arresto delle ostilità a breve termine, pare difficile che la credibilità di questi “paradisi” possa ristabilirsi a breve e ritornare al “business as usual”.

 

Chissà quanto costerà a Dubai rimuovere da internet i video dei suoi grattacieli in fiamme, o forse chissà sarà convertito con sagaci campagne di marketing nell’ennesimo brivido in più da provare nel luna park a cielo aperto.

Dubai Tourism, CC BY 3.0, via Wikimedia Commons (11 February 2011).
Dubai Tourism, CC BY 3.0, via Wikimedia Commons (11 February 2011).

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