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Fascinati dalla violenza

Cinquantadue anni fa si faceva la conta di morti e feriti per quella che è passata alla storia come la Strage di Piazza della Loggia a Brescia. Una bomba posizionata in un cestino dei rifiuti uccise nove persone (tre all’istante e altre in conseguenza delle lesioni riportate), ferendone un centinaio. L’attentato fu compiuto in occasione di una manifestazione proprio contro il terrorismo fascista.

Strage di piazza della Loggia - Brescia - https://www.difesa.it/primopiano/50-anniversario-della-strage-di-piazza-della-loggia/53004.html
Strage di Piazza Della Loggia, Brescia - difesa.it

Numerose inchieste, rallentate e minate da altrettanti depistaggi, hanno ricostruito le responsabilità riconducibili alla galassia neofascista che ruotava intorno al gruppo di Ordine Nuovo, evidenziando anche le numerose connivenze con apparati deviati dello Stato che avevano provato a coprirne le tracce e inquinare le indagini.


L’episodio rientra nel più ampio disegno della “strategia della tensione” che, partita con l’eccidio di Piazza Fontana il 12 dicembre del 1962, ha insanguinato l’Italia degli anni ‘70. L’attentato alla questura di Milano nel 1973, la bomba sul treno Italicus nel 1974 e quella alla stazione di Bologna del 1980. L’obiettivo finale era intimorire le forze di sinistra e l’opinione pubblica, spingendo in ultima battuta verso una svolta autoritaria come risposta alla percezione di instabilità generale. Paura e autoritarismo, la ricetta classica dei golpe.


La fascinazione per la violenza connota chi si lascia blandire dalle ideologie di destra e dal fascismo in particolare. Una violenza politica, sociale e identitaria già al primo vagito del movimento durante il cosiddetto biennio rosso, quando i fasci di combattimento reagirono alle rivendicazioni contadine e operaie nell’Italia post bellica fra 1919 e 1920. Violenza che divenne tensione all’autoritarismo, che calpestava le istituzioni con la marcia su Roma, le squadracce, l’omicidio Matteotti, la polizia segreta, gli arresti, le repressioni, le torture, le esecuzioni sommarie.


E poi le leggi razziali e l’antisemitismo, attraverso cui la violenza fascista assumeva i grotteschi connotati della difesa di una inventata “purezza italica”, i cui principi vennero scritti nero su bianco nel Manifesto della razza e propagandati dalla rivista “La difesa della razza”, di cui Giorgio Almirante fu uno degli artefici.


Già, il tanto decantato padre nobile dell’attuale destra di governo, commemorato pochi giorni fa dalla prima ministra, anziché venire biasimato o almeno dignitosamente ignorato dai discorsi pubblici. Una memoria corta e incompleta che non riporta mai le violenze dei rastrellamenti fianco a fianco con i nazisti, il collaborazionismo ai danni degli stessi italiani, il ruolo negli anni di piombo.


Si arriva all’oggi dunque, quando gli inquirenti identificano due giovani di 23 e 19 anni quali autori del rogo che ha distrutto nella notte del 4 ottobre 2025 la Casa del Popolo ad Abbadia di Montepulciano in Toscana. I due hanno escluso il movente politico sebbene i fatti e certe modalità simboliche (l’aver bruciato bandiere storiche del partito comunista e un testo di Antonio Gramsci) facciano pensare anche in questo caso a quella fascinazione per la violenza in cui tanti sono caduti e continuano a cadere.


L’elenco si allunga se si pensa ai recenti fatti di cronaca che vedono protagonisti dei minori. L’indagine a carico di un tredicenne senese impegnato nella diffusione di idee razziste, naziste e fasciste insieme a materiale pedopornografico, il diciassettenne che faceva attivamente proselitismo per la Werewolf Division, organizzazione internazionale di estrema destra, e ancora tafferugli dentro e fuori le scuole, il lavoro delle forze dell’ordine in merito a chat di Telegram, sequestri di armi e droga, tutti episodi legati a vario titolo al neofascismo.


Secondo alcuni “filologi” che siedono in parlamento grazie proprio ai voti coltivati con questo concime culturale, non si può parlare di fascismo, “un’ideologia morta e sepolta”. In effetti, al di là delle cosiddette rievocazioni storiche o delle pietose commemorazioni dei caduti, non si vedono in giro camicie nere o fez, non si può parlare di fascismo tout court. Forse nemmeno gli elementi che compongono la definizione di “fascismo eterno” elaborata da Umberto Eco possono essere scomodati, sebbene siano estremamente ficcanti.


Esiste dunque una parte della popolazione, anche giovane, che vive una fascinazione per la violenza, per l’autoritarismo, la forza, la sopraffazione, il razzismo, e che vede con favore la dissoluzione delle regole democratiche, prese a mero mezzo di acquisizione indolore del potere. Questo è un fatto storico lungo più di un secolo che assume forme via via più complesse e adattate ai tempi. Perché quindi non definire i protagonisti di questi episodi “fascinati dalla violenza” o semplicemente, e senza sorpresa, “fasci” (-nati dalla violenza)?

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