La violenza dell'indifferenza
- Anna Lorenzini

- 14 mag
- Tempo di lettura: 1 min
Bakari Sako aveva trentacinque anni. Stava andando al lavoro, in bicicletta, all’alba. È stato aggredito e ucciso da un gruppo di giovanissimi a Taranto. Secondo quanto emerso dalle indagini, avrebbe cercato rifugio in un bar. Ma invece di trovare aiuto, sarebbe stato allontanato.
Ed è forse qui che questa storia diventa ancora più dolorosa.

La violenza non comincia dal pugno. Comincia molto prima, nel momento in cui qualcuno smette di vedere nell’altro una persona. Quando chi soffre diventa un fastidio, un problema da tenere fuori dalla porta, una presenza da ignorare.
Ci colpisce sempre la ferocia dei colpi. Ma dovremmo interrogarci anche sull’abitudine all’indifferenza. E forse, a volte, anche sulla paura di intervenire, sul timore delle conseguenze, sul desiderio di non essere coinvolti. Paure umane, certo, che però rischiano di trasformarsi in una silenziosa rinuncia alla responsabilità verso l’altro.
Un uomo impaurito ha chiesto protezione e avrebbe trovato, invece, una distanza.
Bakari Sako aveva lasciato il Mali per costruirsi una vita. È morto mentre andava a lavorare. E forse la domanda più inquietante non è soltanto come si possa uccidere un uomo, ma come si possa smettere di riconoscerlo come tale.



