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Referendum costituzionale, cosa abbiamo imparato

Mentre questo articolo viene scritto, la rete, i notiziari e i programmi di approfondimento rimbalzano come flipper impazziti la notizia del giorno: le dimissioni, per nulla spontanee, dell’oramai ex Ministra del Turismo Daniela Santanché, l’atto conclusivo di un regolamento di conti che Meloni ha preteso dopo la sconfitta non prevista al referendum costituzionale. Per ora almeno pare sia l’ultima poltrona a saltare. 

La riforma della giustizia o, meglio, della magistratura, si è schiantata contro la ferma opposizione del voto popolare. Bocciata nel merito e probabilmente anche per una delle peggiori campagne mai viste. Già prima del risultato erano state avanzate numerose critiche sul registro comunicativo del fronte del sì. Errori di impostazione, toni troppo sopra le righe (tali da necessitare l’intervento di Mattarella), slogan pretestuosi che hanno suggerito più una volontà di discredito e vendetta nei confronti della magistratura che l’intento di enucleare le ragioni su cui poggiava la modifica di sette articoli costituzionali.

 

A darne l’avvio, è stato proprio il firmatario della riformaccia, il Ministro della Giustizia Carlo Nordio, con la candida ammissione che la separazione delle carriere o la riforma della disciplina dei magistrati avrebbe fatto comodo anche all’opposizione quando sarebbero tornati al governo della nazione. Di lì, ogni tentativo di ribadire che “nel disegno non viene mai detto che la magistratura verrà messa sotto controllo” suonava più come una excusatio non petita. Tanto più se poi i contorni della composizione dei nuovi CSM e dell’Alta Corte venivano demandati alla “volubilità” delle leggi ordinarie e ogni singolo meme o dichiarazione degli esponenti del governo suonava un po’ come “li metteremo al loro posto”.

 

Il pesante risultato referendario ha scosso il palazzo di governo facendo cadere alcuni pezzi del dicastero Giustizia. Ora, logica e coerenza avrebbero voluto che a rassegnare le dimissioni per primo fosse stato proprio Nordio, soprattutto in una compagine di governo che snocciola in ogni discorso parole come “merito”, “buonsenso”, “responsabilità”. Ma a quanto pare questi termini non si pagano e loro li distribuiscono un po’ qua, un po’ là per fare effetto. Pertanto, la prima è stata Giusi Bartolozzi, l’ormai ex capo di gabinetto Nordio, quota Forza Italia, magistrata (non politicizzata immaginiamo!), indagata dalla procura di Roma per la vicenda del fulmineo rimpatrio del criminale Al Masri: arrestato dalla Digos sulla base di un mandato di cattura internazionale ma prontamente rilasciato, il ricercato è stato rispedito in Libia da uomo libero con un volo di Stato. Bartolozzi, evidentemente sotto pressione dei colleghi magistrati e animata da cieco rancore, ha pronunciato il peggiore slogan di tutta la campagna referendaria “votate sì e ci togliamo di mezzo la magistratura, è un plotone d’esecuzione”.

 

Il secondo a cadere è stato Andrea Delmastro Delle Vedove, ex sottosegretario alla Giustizia, quota Fratelli d’Italia. Casus belli: la “leggerezza” mostrata da imprenditore della ristorazione che ha stretto società con una ragazza, poco più che maggiorenne, figlia di un personaggio che gravita nella galassia della malavita romana. Ed è chiaro che un ministro che ricopre quella carica dovrebbe avere più acume nello scegliere partner d’affari, soprattutto se così giovani e palesemente messi lì in sostituzione di un socio dalla fedina penale scomoda.

 

La furia di Meloni però arriva tardiva e mostra di aver capito poco di ciò che gli elettori hanno decretato. Avere indagati seduti negli scranni accanto, e non solo, è probabilmente un fattore ancora secondario per alcuni elettori. I sondaggi infatti non restituiscono un crollo dei partiti di maggioranza nelle intenzioni di voto. I cittadini non hanno rifiutato la riforma della magistratura per indegnità morale dei proponenti, almeno non tutti. È nel merito che questa non ha convinto. Anzi, ha sollevato più dubbi e timori che una sollecitazione al cambiamento.

 

Va tuttavia detto che seppure la magistratura non goda sempre del favore popolare, soprattutto alla luce di alcune discutibili sentenze, è altrettanto vero lo sfavore in cui versa la politica, molto più profondo dell’“antipatia per la casta dei giudici”. L’errore è stato mettere sulla bilancia del referendum le due parti (politica e magistratura). Questo repulisti risulta inutile e suona come l’ennesima presa per i fondelli dei cittadini a cui si vorrebbe spacciare una spazzata di qualche coccio come una ristrutturazione completa del palazzo.

 

Cosa ha dunque insegnato questo referendum? Che certamente i cittadini vogliono riforme serie fatte da politici credibili e con obiettivi chiari. Ma soprattutto l’altra lezione o, forse, la speranza ha riguardato la partecipazione dei giovani: le reti della “generazione Gaza” – come hanno giornalisticamente definito l’aggregato di Gen Z e Alpha –, cresciute nell’onda dei movimenti ambientalisti da Greta Thumberg in poi, neofemministi, intersezionalisti, stanno costruendosi un protagonismo strenuo in questa nazione senescente. Dopo le proteste di piazza, le manifestazioni, le mobilitazioni onlife (online e offline), sono arrivati per la prima volta in massa al voto. E questo deve far paura a entrambi gli schieramenti: alla destra autoritaria perché queste ragazze e ragazzi non vogliono farsi schiacciare da orribili schemi del passato; alla sinistra slavata e senza identità, perché probabilmente non riuscirà ad intercettarne il voto pur essendo questi giovani la sua potenziale base elettorale.

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