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Il bilancio del voto: intervista al dott. Pietro Indinnimeo

Il Consigliere della Corte d’Appello di Salerno, dott. Pietro Indinnimeo, nella seguente intervista ci offre un’analisi sull’esito del referendum sulla giustizia, tra la difesa dell’indipendenza della magistratura e la necessità di una riforma strutturale che punti su risorse e investimenti piuttosto che su modifiche ordinamentali.

C’è stato un dato d’affluenza record, come spiega il fatto che soprattutto i giovani hanno votato contro la riforma della giustizia?

 

È per me un dato di grande conforto.

 

Credo che i giovani siano stati i primi a comprendere che non si trattava di una riforma della giustizia, ma di una riforma della Magistratura. E, avendo davanti il loro futuro, hanno capito che, sterilizzati i quesiti dai profili demagogici propri della campagna elettorale, rimaneva forte il rischio di un aumento del controllo della politica sulla Magistratura, con conseguente alterazione dell’equilibrio dei poteri a cui aggiungere la progressiva involuzione del Pubblico Ministero da presidio di legalità nella fase genetica delle indagini preliminari ad Avvocato della Accusa.

 

I giovani rappresentano il futuro del Paese e hanno dimostrato di esserne parte decisiva facendo vincere con il loro voto la nostra Costituzione.

 

Ritiene che durante la campagna referendaria ci siano stati degli equivoci tecnici? Qual è stato l’equivoco più grande che lei ha colto?

 

Il messaggio fuorviante di questa campagna elettorale è stato unico e dirompente: la riforma avrebbe “migliorato” il servizio giustizia per i cittadini, avrebbe ridotto i tempi delle decisioni, avrebbe conformato le pronunce dei Magistrati ai pretesi desiderata dei cittadini con una progressiva e sempre più incessante delegittimazione della Magistratura fatta immaginare come un intralcio al volere del popolo. La Magistratura, invece, anche nelle critiche più feroci andrebbe sempre rispettata perché per la sua funzione rappresenta un elemento determinante per il nostro vivere civile nel rispetto delle regole.

 

Dal Suo punto di vista, la vittoria va letta come una conferma della fiducia nell’attuale assetto costituzionale della magistratura o come una bocciatura di quel modello specifico di separazione delle carriere?

 

La mia opinione conta poco di fronte ad un risultato del genere.

 

Credo che l’affluenza massiccia e lo scarto tra i voti per il sì e quelli per il no riscontri la bocciatura definitiva della separazione delle carriere. Ma ancora di più i cittadini hanno colto, anche nella grande confusione dei messaggi della politica, che, l’oggetto reale della riforma era l’autonomia e l’indipendenza della Magistratura. E soprattutto hanno ben compreso che questi Valori non sono una guarentigia dei Magistrati, ma esistono e vanno gelosamente conservati per rendere tutti i cittadini uguali davanti alla legge.

 

Questa riforma è stata presentata come lo strumento risolutivo per l'efficienza dei tribunali. Sul piano strettamente operativo e procedurale, in caso di vittoria del sì, ci sarebbero stati effetti reali sui carichi di lavoro e sulla durata media dei processi? E se sì quali?

 

Nessun effetto. I processi non sarebbero durati un giorno di meno. E il carico di lavoro sarebbe stato lo stesso. Ed anzi con la creazione di due CSM e della Alta Corte ci sarebbero stati costi enormi che ben potranno ora essere destinati al funzionamento del sistema giustizia nell’esclusivo interesse dei cittadini.

 

L’esito del referendum ha cancellato le necessità di riformare il sistema?

 

Con riguardo ai temi specifici ovviamente sì; è compito della politica e non certo dei Magistrati decidere i percorsi di legislazione ordinaria che possano consentire un effettivo miglioramento del sistema; non bisogna guardare a mio avviso solo alla Magistratura ma ai mezzi, alle risorse e agli strumenti anche processuali che il Parlamento vorrà destinare a tutto il mondo giudiziario e quindi anche all’Avvocatura al Personale Amministrativo e alla Polizia Giudiziaria.

 

Quale modello di riforma auspicherebbe per garantire ai cittadini un servizio giustizia che sia realmente più rapido ed efficiente?

 

Credo che per garantire efficienza di un servizio siano necessari proporzionali investimenti.

 

E’ necessario rendersi conto e ricordare che la domanda di giustizia in Italia (soprattutto nel civile) è a tratti, con gli organici a disposizione (sia numerici sia come loro distribuzione sul territorio), ingestibile anche per il magistrato più laborioso; si pensi che nonostante i giudici italiani definiscano un numero di processi tre volte superiore a quello dei colleghi tedeschi e cinque volte rispetto ad altri Paesi europei il servizio è comunque reputato non di rado pessimo senza neanche considerare il rischio, poi, sempre maggiore di favorire la logica arida della statistica a scapito della qualità delle decisioni.

 

E allora bisogna prendere atto, prima dei modelli di riforma, che il servizio è organizzato male e porvi rimedio. Anche questo però è compito del Parlamento al quale si auspica dia corso senza ulteriori indugi.

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