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La fine del letargo di Meloni: con l’arrivo della primavera fa pulizia degli impresentabili.

Coerentemente col periodo dell’anno Giorgia Meloni ha deciso di fare le pulizie di primavera. Le dimissioni simultanee di Andrea Delmastro Delle Vedove e Giusi Bartolozzi segnano la fine di un’epoca per il Ministero della Giustizia, travolto da casi giudiziari e dichiarazioni aberranti.

​La vicenda che ha portato all’addio del sottosegretario Delmastro e della capa di gabinetto Bartolozzi affonda le radici in una infelice campagna referendaria a favore del “Si”. ​Giusi Bartolozzi, già magistrato, è scivolata su affermazioni durissime, definendo i suoi ex colleghi dei "plotoni di esecuzione" pronti a colpire la politica. Parole che hanno incendiato il clima con l'ANM, rendendo la sua permanenza in via Arenula insostenibile dopo la vittoria del "No".


Dall’altro lato, Andrea Delmastro è rimasto intrappolato nelle trame del cosiddetto "caso Bisteccheria d'Italia" trattato nel mio precedente articolo. ​​In questo clima di "pulizia di primavera", la premier Giorgia Meloni ha alzato il tiro chiedendo pubblicamente a Daniela Santanchè di seguire l’esempio dei colleghi della “Giustizia”. La Ministra del Turismo, già provata dalle vicende Visibilia, si trova ora in un angolo: la sconfitta referendaria ha tolto al governo lo scudo ideologico, rendendo i "casi aperti" un peso elettorale non più sostenibile.


A questo punto ​sorge spontanea una domanda: se avesse vinto il "Sì", Delmastro e Bartolozzi sarebbero ancora ai loro posti? Meloni aveva assicurato che "nessuno sarebbe stato fatto fuori", blindando la squadra in caso di successo della separazione delle carriere. La sensazione è che la vittoria popolare avrebbe "lavato" ogni peccato, trasformando le critiche in rumore di fondo.


​Con queste premesse la figura di Carlo Nordio appare quasi paradossale. Il “pezzo grosso” resta al suo posto, pur essendosi assunto l'intera responsabilità politica della sconfitta referendaria. Perché non si dimette? Una risposta me la sono data. Nordio rappresenta ancora l'anima liberale, ancorché ammaccata, del programma di centrodestra: sacrificarlo significherebbe ammettere il fallimento totale del progetto. La sua permanenza serve a garantire una transizione ordinata e a evitare che il Ministero della Giustizia diventi una terra di nessuno nel momento di massima tensione con le toghe.

​Quello a cui assistiamo non è frutto della volontà di fare giustizia, ma una chiara strategia di medio periodo. Meloni sta "ripulendo" l'esecutivo dai rami secchi o troppo esposti per presentarsi alle politiche del 2027 con un’immagine di destra istituzionale affidabile. Eliminare le zone d'ombra oggi significa evitare che diventino voragini elettorali domani. Resta da vedere se questo sacrificio di pedine basterà a salvare la regina e il suo progetto di governo per i prossimi anni. Anche questa volta l’incompetenza e l’inadeguatezza dei suoi fedelissimi hanno tradito la premier, non ci resta che capire se la coltellata di Delmastro - come quella di Bruto a Cesare in quell’infausto mese di marzo – fornirà l’assist per la fine all’attuale governo.

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