“Sarà per sempre NO.”
- Daniela Loffredo

- 24 mar
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L'esito del referendum costituzionale sulla giustizia del 22 e 23 marzo ha segnato una netta vittoria del No, che ha superato il 53% delle preferenze, bocciando di fatto la riforma proposta dal governo Meloni.

Il dato più importante è sicuramente quello dell'affluenza, che ha sfiorato il 59%. Si tratta di una partecipazione molto alta per una consultazione referendaria, da interpretare sicuramente come un segno di forte attenzione dei cittadini verso i temi della separazione delle carriere e dell'ordinamento giudiziario. Ma il dato sorprendente, è dato dal peso del voto dei giovani, che sembra aver giocato un ruolo decisivo nel consolidare il fronte del No. Quegli stessi giovani a cui, purtroppo, il panorama politico si rivolge troppo poco spesso, e che invece hanno dimostrato che se chiamati ad esprimersi su un tema così delicato e importante, hanno le capacità e la voglia di rispondere.
A seguito della sconfitta, la premier Giorgia Meloni ha dichiarato di rispettare la decisione degli italiani, ma ha ribadito la volontà di non fermare il percorso di riforma. La sua riflessione si è concentrata, poi, sul rischio che il Paese percepisca come "impossibile" cambiare le storture del sistema, definendo il voto una sfida tra chi voleva innovare e chi ha preferito mantenere lo status quo. Un chiaro tentativo, dunque, di derubricare l'esito a una battuta d'arresto tecnica, escludendo contraccolpi immediati sulla tenuta dell'esecutivo.
Per opposizioni e sindacati, questo risultato è una vittoria storica. Elly Schlein e Giuseppe Conte hanno festeggiato in piazza, interpretando il voto non solo come un parere tecnico sulla giustizia, ma come un messaggio politico chiaro contro l'impostazione del governo. La riflessione delle opposizioni è che la magistratura debba restare autonoma e che la riforma avrebbe compromesso l'equilibrio dei poteri previsto dalla Costituzione.
Alla luce di questa schiacciante vittoria del “No” ci si chiede, sicuramente, se questo sia un risultato “politico” o se la riforma sia stata bocciata nel merito. Evidentemente una parte significativa del Paese non accetta riforme costituzionali percepite come "imposte" da una sola parte politica senza un reale dialogo con le istituzioni di garanzia e i professionisti del settore. E, soprattutto, i reali problemi della giustizia italiana restano sul tavolo, intatti e urgenti. La Costituzione non si riforma a colpi di slogan o post sui social. La vera sfida per il futuro non sarà separare i giudici dai PM, ma separare la propaganda dalla realtà, per restituire ai cittadini un servizio che funzioni davvero.



