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Quando l’etica diventa liquida, anche la censura cambia forma

Non è cambiato ciò che possiamo leggere.

È cambiato ciò che siamo disposti a sopportare.


C’è un cambiamento che attraversa il nostro tempo e che raramente viene messo a fuoco fino in fondo.


Non riguarda solo la politica o la cultura. Riguarda qualcosa di più profondo: il modo in cui distinguiamo ciò che ha valore da ciò che preferiamo evitare.


Zygmunt Bauman lo aveva descritto parlando di modernità liquida. Non una società più libera, ma una società più instabile, dove i confini si fanno mobili, i criteri si indeboliscono e le decisioni si adattano continuamente al contesto.


E insieme a tutto questo cambia anche l’etica. Non scompare. Ma smette di essere un punto fermo.


Non ci chiede più: “è giusto o sbagliato?”

Ci chiede: “è accettabile?”

“è sostenibile?”

“quanto ci disturba?”


È in questo passaggio che qualcosa si sposta davvero.


Perché quando il criterio diventa il livello di disagio che siamo disposti a tollerare, anche il modo in cui trattiamo le idee cambia.


Negli Stati Uniti (e non solo), negli ultimi anni, si sono moltiplicati i casi di libri rimossi o contestati in scuole e biblioteche.


Non esiste una censura centrale.

Non ci sono divieti ufficiali.


Ma esiste una pressione diffusa, frammentata, spesso giustificata da motivazioni comprensibili: la tutela dei minori, la sensibilità culturale, il contesto educativo.


Il punto, però, non è nelle singole ragioni. È nel modo in cui queste ragioni, messe insieme, ridisegnano il rapporto con ciò che disturba.


La censura non si presenta più come proibizione. Si presenta come gestione.


‘1984’ di Orwell non viene vietato.

Viene accompagnato.

Segnalato. Talvolta evitato.


È una differenza sottile. Ma decisiva.


Perché ‘1984’ racconta un mondo in cui il controllo passa anche attraverso il linguaggio.

E ogni volta che il linguaggio si riduce, anche il pensiero si restringe.

Non impediamo più le idee.

Le rendiamo meno attraversabili.


In questo senso, la censura contemporanea è perfettamente coerente con la società descritta da Byung-Chul Han. Una società in cui tutto deve essere accessibile, fruibile, privo di attrito.


Ma il pensiero non nasce in assenza di attrito.

Nasce contro.

E quando una società riduce sistematicamente ciò che mette in crisi, non diventa più aperta.

Diventa più semplice.


Il risultato non è immediato.

Non è uno scandalo.

Non è un divieto evidente.

È qualcosa di più lento.


Si legge meno ciò che mette in crisi.

Si discute meno ciò che divide.

Si evita ciò che costringe a prendere posizione.


E, poco alla volta, il pensiero perde profondità.

Non perché qualcuno lo vieta.


Ma perché smettiamo di attraversarlo.

E andrà sempre peggio.


Non abbiamo bisogno di un Ministero della Verità per smettere di pensare. Ci basta iniziare a scegliere solo ciò che non ci disturba.

E chiamarla prudenza.

https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Statue_of_George_Orwell_(2018).jpg
Statue of George Orwell - Ben Sutherland from Crystal Palace, London, UK, CC BY 2.0, via Wikimedia Commons

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