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Oltre le Colonne d’Ercole

Hybris della conoscenza e responsabilità nell’epoca dell’intelligenza artificiale

 

L’intelligenza artificiale viene raccontata come promessa. Potenza di calcolo, previsione, ottimizzazione. Ma forse il punto non è ciò che la tecnica può fare. Il punto è ciò che rivela di noi.

Immagine generata con AI
Immagine generata con AI

La figura di Ulisse nel canto XXVI dell’Inferno non è una metafora della tecnologia. È qualcosa di più scomodo: è la figura di un desiderio che non riconosce misura. Non viene condannato perché vuole sapere. Aristotele lo avrebbe compreso. «Tutti gli uomini per natura desiderano conoscere». Il sapere appartiene alla nostra struttura più intima.

 

E tuttavia Aristotele non identifica il sapere con la pura espansione della potenza. La phronesis è discernimento, è capacità di orientare l’azione verso il bene umano. Non ogni conoscenza è buona in quanto tale; lo diventa quando resta legata alla misura.

 

Ulisse scioglie questa connessione. Nel suo discorso ai compagni, la conoscenza non è più inserita in un ordine condiviso. Diventa slancio assoluto. Non è il viaggio a essere tragico. È l’assenza di limite.

 

La modernità ha cercato di pensare questo limite con rigore. Kant non riduce la ragione; la sottopone a critica. Le illusioni trascendentali nascono quando la ragione pretende di oltrepassare l’ambito dell’esperienza possibile. Il limite non è una sconfitta: è ciò che salva la libertà.

 

Ma è nella morale che la questione diventa radicale. L’essere razionale deve essere trattato sempre come fine e mai semplicemente come mezzo. Questa formula non è un ornamento etico: è una linea invalicabile. La dignità non è traducibile in parametro.

 

L’intelligenza artificiale, in sé, non viola questa linea. Ma può contribuire a renderla opaca. Quando l’umano viene modellizzato, classificato, previsto, la tentazione è interpretarlo interamente come funzione. Non è la macchina che minaccia l’uomo. È lo sguardo che riduce l’uomo a calcolo.

 

Heidegger aveva intuito qualcosa di simile. La tecnica moderna non è solo insieme di strumenti; è un modo di disvelare il mondo. Nel Gestell, ogni ente appare come Bestand, fondo disponibile. Il pericolo non è l’apparato tecnico, ma l’orizzonte in cui tutto diventa risorsa.

 

Ulisse attraversa il limite come se il mondo fosse interamente attraversabile. La tecnica contemporanea rischia di fare lo stesso: trasformare ogni ambito dell’esperienza in campo di ottimizzazione. Non si tratta di demonizzare il sapere. Si tratta di chiedere quale forma di razionalità vogliamo abitare.

 

La conoscenza senza misura non è più ricerca. Diventa dominio. E forse la vera questione dell’intelligenza artificiale non è quanto possa diventare potente, ma se siamo ancora capaci di pensare il limite come condizione della libertà, e non come ostacolo da superare.

 

Oltre le Colonne d’Ercole non c’è soltanto l’ignoto. C’è la possibilità che la potenza, non più interrogata, si trasformi in naufragio.

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