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L’illusione del controllo

Scoprire il mondo attraverso i social network ha portato le collettività a illudersi di sapere tutto, relegando la propria conoscenza a qualche video postato su una piattaforma e alle opinioni espresse con sicurezza da influencer su questioni delicate e, soprattutto, estremamente complesse.

 

L’illusione di controllare le dinamiche del mondo grazie a informazioni superficiali spinge noi spettatori – perché “lettori” è ormai un termine quasi obsoleto – a concederci il lusso di avere un’opinione, abbandonando quell’arte che sola permette di avvicinarsi, anche solo parzialmente, alla realtà degli eventi: la riflessione.

 

L’interconnessione costante non lascia più spazio né energie mentali per riflettere su ciò a cui si assiste – schiacciati tra un meme poco divertente e una sponsorizzazione non richiesta – e così, se non ci si esprime sul più recente e macabro trend che cavalca le disgrazie altrui, si ha quasi la sensazione di essere esclusi dalla performance politica. Complici anche i quotidiani, che iper-semplificando ogni questione sembrano rivolgersi più a studenti delle elementari che a cittadini adulti.

 

«Trump l’imperatore vuole invadere la Groenlandia». Perché? Cosa lo spinge a insistere tanto per ottenere un territorio appartenente a un altro Stato? Che cosa ne pensano i danesi? E i groenlandesi? Esistono strumenti giuridici in grado di impedire una manovra militare? Trump è solo una testa impulsiva o il portavoce di disegni strategici di lungo periodo degli Stati Uniti? E gli europei in tutto questo?


Basta iniziare a porsi delle domande per rendersi conto che non si arriva a una conclusione netta, perché la complessità – parola ormai trattata quasi come una bestemmia – non offre risposte esaustive, ma costringe a confrontarsi con interrogativi ancora più intricati.

 

Il problema è che noi spettatori, giustamente spaventati dal modo in cui il mondo viene narrato, avvertiamo il bisogno urgente di informazioni plausibili e complete nel minor tempo possibile, mettendo spesso in secondo piano il fatto che per comprendere davvero le dinamiche di eventi in divenire – perché l’attualità non è altro che il flusso storico del presente – occorrono verifica dei fatti ed elaborazione intellettuale.

 

«L’Iran massacra la propria popolazione in rivolta». Perché proprio ora? È un fenomeno collegato ai più ampi disordini internazionali? In che modo i governi possono realisticamente intervenire per fermare il massacro? Si pensa davvero a una mobilitazione militare o ci si illude che il semplice racconto mediatico possa cambiare le sorti del popolo iraniano?


Persino l’atrocità della repressione violenta di un popolo allo stremo richiede di porsi domande che permettano di fare maggiore luce sugli eventi.

 

Le risposte veloci e superficiali che spesso ci vengono offerte illudono, sia chi le produce sia chi le riceve, di possedere un controllo mentale ed emotivo sull’avvenimento, alimentando la pericolosa finzione di poterlo gestire.

 

Assistere in diretta alle atrocità del mondo non deve spingerci a chiudere gli occhi sperando che sia solo un incubo, né a reagire con rabbia sterile. Dovrebbe invece indurci ad abbandonarci alle sfumature che questi eventi inevitabilmente portano con sé: perché è solo attraverso una conoscenza più profonda che si arriva alla coscienza, e la coscienza vera è ciò che, nel lungo periodo, genera i cambiamenti più radicali e duraturi.

Immagine generata con AI
Immagine generata con AI

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