Nepal: la resa dei conti tra padri corrotti e prole ribelle
- Ilenia D’Alessandro

- 12 set 2025
- Tempo di lettura: 2 min
Il Nepal sta vivendo una settimana che nessuno potrà più cancellare dalla memoria collettiva. Le strade di Kathmandu e di molte città del Paese sono diventate un’arena dove si è consumata non solo una rivolta politica, ma una resa dei conti generazionale.

Da una parte, la vecchia élite, incrostata di privilegi, parentele, compromessi, che per decenni ha governato tra corruzione e inerzia. Dall’altra, la generazione Z nepalese, cresciuta in un Paese che prometteva futuro ma offriva solo disoccupazione, clientelismo e censure. Quando i social media, lo spazio naturale di espressione dei e delle native digitali, sono stati messi al bando, non è stata solo una piattaforma a cadere, è crollata la pazienza.
Il popolo giovane non ha più accettato di ereditare un Paese rubato dai padri. È sceso in piazza, ha preso d’assalto i palazzi simbolo del potere, ha dato fuoco alle case di chi predicava democrazia ma praticava familismo e saccheggio. È stato uno schiaffo diretto a quelle generazioni che hanno trasformato la libertà conquistata con sacrificio negli anni ’90 in una caricatura, una maschera usata per arricchirsi e blindarsi al comando.
Certo, il prezzo è stato altissimo: morti, feriti, strade militarizzate. Ma il segnale è inequivocabile: la gioventù del Nepal ha rotto il contratto di obbedienza silenziosa. Non si piega più davanti a un sistema che si riproduce all’infinito su basi dinastiche. Non accetta più di guardare i vecchi leader brindare nei loro hotel di lusso mentre intere generazioni sopravvivono a stipendi da fame.
La caduta del primo ministro non è solo una notizia di cronaca, è il simbolo di un meccanismo che si è finalmente inceppato. È la dimostrazione che, quando la gente smette di chinare il capo, i giganti di cartapesta crollano.
Le nuove generazioni hanno mostrato di non voler più essere comparse in un teatro stanco, vogliono essere registi della propria storia. È questo che rende le rivolte di settembre trionfanti, nonostante il dolore. Hanno trasformato il lutto in energia, la rabbia in bandiera, l’umiliazione in riscatto.
Adesso i padri corrotti tremano. Perché il grido del popolo ha incendiato le strade e la storia e nessun palazzo di potere, ormai, potrà più spegnerlo.





