Pioggia di dolore a Niscemi
- Mario Bove

- 2 giorni fa
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Aggiornamento: 15 ore fa
Le nuvole scure voltano le spalle alla cittadina di Niscemi in Sicilia. Dietro di loro lasciano un paese straziato in cui le lacrime si mescoleranno al fango e ai detriti della frana. Un’auto grigio metallizzata penzola irreale con due ruote nel vuoto; un terrazzino colto nella sua normalità, la fontana con il tubo dell’acqua, un armadietto, sedie in plastica, le mattonelle al di sotto delle quali un’enorme ferita si è riaperta nella collina; una palazzina che torreggia con un terzo delle fondamenta scoperte; autocarri gettati alla rinfusa nella scarpata che segna da pochi giorni il fianco del rilievo ocra. Sembrano giocattoli lasciati in disordine su un terreno all’aperto mentre i bambini sono a far merenda.

Le scene che arrivano da Niscemi dopo la frana della scorsa settimana sono una fotografia strappata della quotidianità dei suoi abitanti. Si sommano in un drammatico reportage a quelle da Catanzaro Lido, Paola, Melito, da Giardini Naxos, Riposto, Fondachello, Catania, e poi da Dolianova, Soleminis, Barrali, Donori… Calabria, Sicilia e Sardegna unite dal maltempo, non dalle infrastrutture. Anzi, quelle scricchiolano, franano, si contorcono e rovinano a valle o direttamente nel profondo del mare insieme alla costa.
Le piogge abbondanti che si sono abbattute con il ciclone Harry nel sud Italia fra il 19 e i 21 gennaio hanno ancora una volta devastato un territorio fragile, aprendo ai soliti interrogativi ai quali non si dà risposta. Perché si nega ancora la crisi climatica? I fondi PNRR per l’adattamento climatico (6 mld dei 71 ca destinati all’intera “transizione ecologica”) sono stati impiegati in maniera efficace? Perché a Niscemi, dopo la frana del 1997 e 9 governatori regionali (3 di centro-sinistra e 6 di centro-destra) hanno costruito fino al limitare del costone collinare, su un terreno argilloso e dunque notoriamente sensibile alle piogge? Perché se i soldi per gli interventi ci sono già senza dover distogliere risorse da quelle del capitolo “pontesullostretto”, come sostengono i ministri Musumeci e Salvini, non sono stati allora impiegati per opere di rinforzo del territorio?
Per descrivere il meridione si usano sempre le solite tinte che raccontano delle popolazioni che “si piangono addosso”, incapaci di indipendenza economica e di darsi i giusti amministratori, inclini all’abuso edilizio. A corredare la narrazione, il confronto con gli emiliani a lavoro per spalare il fango il giorno dopo l’alluvione e i siciliani che protestano contro i loro amministratori o che si lamentano per i lidi e le villette in cemento costruiti sulle spiagge. L’unica salvezza, il solo sviluppo possibile sembra essere secondo alcuni la grande infrastruttura pianificata nel profondo nord, attraverso la quale calare civiltà, risorse e democrazia.
Sempre la stessa ricetta insomma. Molta polemica politica, tanta propaganda sull’emergenza (anche se con premier in ritardo di dieci giorni sui fatti), qualche costosissima toppa sulle crepe, le colpe “degli altri”, il vittimismo del sud. E intanto tutto un paese, da Aosta a Gela, si spopola nelle aree interne, si sgretola lì dove il cemento è arrivato ovunque e, al ritorno dell’inverno, si scopre inadeguato nell’arginare un meteo palesemente sovradimensionato rispetto alle previsioni passate.
Niscemi, come buona parte degli antichi borghi italiani, è cresciuta su una stratificazione storica. Si costruisce dove si è sempre fatto, lì dove prima pioveva meno e il gravame del cemento era minore. Un mattone dopo l’altro, al nucleo storico si è aggiunto quello un po’ meno recente e, successivamente, il caseggiato moderno, ogni volta approvato chiudendo un occhio, tacendo o ignorando, forse anche i timori dei geologi. Ma, su quella collina, così come sulle pendici dell’appennino, nelle piane alluvionali, “si è sempre costruito”. Perché fermarsi ora!? Perché liberare alvei di fiumi se la tecnica permette di tombarli e guadagnare altri preziosi metri di cemento per un parcheggio o una piazza che abbelliscano i nuovi palazzi approvati da un piano urbanistico folle? Che vuoi che sia qualche goccia in più… Il clima è sempre cambiato.
Eppure, ogni volta che quel cielo torna a farsi scuro, arriva anche la paura che tutto s’interrompa, che dal giorno dopo non si possa più andare a lavoro, che non ci sia più una scuola dove accompagnare i figli o la piazza dove incontrarsi e, peggio, che questa pioggia di dolore porti via la casa con tutti gli affetti di una vita. Non è il maltempo a portare lutti, è la mala politica a scavare le fosse.





