Meloni difende i conti, ma sanità e scuola restano al palo
Nelle comunicazioni rese in Parlamento in vista del prossimo Consiglio europeo, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha tracciato la rotta dell’esecutivo muovendosi tra posizionamenti internazionali, tensioni geopolitiche e una rigida difesa della finanza pubblica. Un intervento lungo e articolato che, pur rivendicando con forza la stabilità della linea governativa e la tenuta della maggioranza, ha finito per confermare la distanza siderale tra la narrazione ufficiale dei palazzi del potere e le emergenze concrete che strangolano quotidianamente la vita dei cittadini. Al centro del dibattito, sia a Palazzo Madama che nell'Aula di Montecitorio, si è imposto il complesso dossier internazionale, segnato dalle recenti e inattese frizioni con l'amministrazione statunitense. Meloni ha definito esplicitamente "molto rischiosa" l'intesa sul gasolio russo annunciata dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump, avvertendo che una scelta di questo tipo rischia nei fatti di legittimare il governo di Mosca e di indebolire gravemente la leva sanzionatoria costruita in questi anni dall'Occidente.

Giorgia Meloni durante l'intervento di replica a seguito della discussione in Aula sulle Comunicazioni in vista del Consiglio europeo del 15 e 16 ottobre.
Una presa di posizione netta e dai toni fermi, subito fatta oggetto di accese polemiche diplomatiche e di repliche piccate arrivate senza indugio dal Cremlino. Si tratta tuttavia di un posizionamento che, per quanto rilevante sul piano estero, non sposta di un millimetro il baricentro dei drammatici problemi interni del Paese. Mentre l'esecutivo si spende in complesse dichiarazioni di geopolitica e nella tutela formale dei saldi di bilancio, la realtà economica delle famiglie e del tessuto produttivo italiano resta drammaticamente esposta ai colpi del caro-energia, dei costi dei carburanti e dell'inflazione. Durante il vivace confronto in Aula, segnato anche da polemici botta e risposta con i rappresentanti delle opposizioni sulla spesa quotidiana e sull'aumento dei prezzi dei beni primari, la premier ha liquidato ogni contestazione. Nel difendere le priorità della manovra, ha negato con decisione che il progressivo incremento delle risorse destinate alla difesa e agli impegni militari finisca per sottrarre fondi preziosi ai servizi sociali essenziali.
Eppure, la tesi secondo cui la sicurezza nazionale non andrebbe a erodere le tutele del welfare state stride violentemente con la condizione di sofferenza in cui versano da tempo la sanità pubblica e la scuola italiana. Con i reparti ospedalieri costantemente in affanno, le liste d'attesa che costringono sempre più persone a rinunciare alle cure o a rivolgersi al privato a caro prezzo, e un sistema scolastico strozzato da strutture precarie e dalla mancanza cronica di investimenti sui docenti, il rigore fiscale rivendicato dalla maggioranza si traduce inevitabilmente in un progressivo impoverimento dei diritti fondamentali. Scegliere di privilegiare la spesa bellica e il rispetto formale dei parametri europei senza stanziare risorse adeguate per la tutela della salute e dell'istruzione significa condannare la popolazione a farsi carico in solido dei costi di un welfare ridotto ai minimi termini.
Le risposte fornite fino a questo momento dal governo di fronte al carovita e al deterioramento dei servizi pubblici continuano a rivelarsi deboli e del tutto inadeguate. La tanto sbandierata stabilità dell'esecutivo appare così come una semplice facciata formale, dietro la quale si cela l'abbandono delle priorità reali della comunità nazionale. È accettabile che il governo continui a difendere rigide priorità di bilancio e investimenti militari mentre la sanità pubblica e la scuola continuano a perdere risorse essenziali per la sopravvivenza del welfare?




